sabato 28 gennaio 2012

Punto

Sono passati quattro anni. Ma potrebbero esserne passati dieci o cento o nessuno. Il tempo ha poco senso ormai.
Se mia madre mi sentisse pronunciare questa frase potrebbe supporre che i danni che ho subito prima che si facesse luce su quello che mi stava accadendo non siano poi così poco significativi. O che sto male di nuovo. O che stavolta sono impazzita davvero. E non solo lei credo. Credo lo penserebbero in tanti. Quelli che hanno lavorato con me, che hanno studiato con me, che hanno diviso con me tanti momenti della mia vita di prima. Io correvo sempre. Non avevo mai tempo perché lo usavo tutto. Ritenevo e predicavo che sprecare il tempo fosse il più infimo dei reati.
Anche oggi lo faccio. Intendo lo uso. Forse più di prima. Nel senso che me lo prendo tutto. Anche quello che non c’è. Solo che oggi è il mio tempo. Il tempo del mondo è un binario che incontro, sul quale talvolta, inevitabilmente mi muovo. A quale talvolta non senza rabbia soccombo. Come soccombo al tempo che talvolta il mio corpo fisico mi chiede, mi impone. Ed è strano. E’ strano perché è proprio al mio corpo, alla mia “fisicità” che sento di regalare tutto il tempo che rubo.
“Dobbiamo trattenerla”.
“Dovete trattenermi? Sono due ore che aspetto su questa barella che qualcuno venga per farmi firmare il solito foglio, senza contare le ore di attesa al Pronto Soccorso, e adesso lei si presenta qui a dirmi che dovete trattenermi? Sto bene, la vostra magica miscela ha fatto effetto, finalmente il dolore è passato e io ho tre giorni di inferno da recuperare”.
Erano due anni che andava avanti così. Ero stremata ma abituata. Stremata dalla frequenza devastante degli attacchi ma rassegnata a conviverci. Ed abituata. Abituata al percorso. Tre giorni ogni quindici di emicrania lancinante con crisi di vomito senza soluzione di continuità. Tre giorni di passione senza cibo, senza sonno, senza tregua. Nei quali sperimentavano su un cadavere incapace di urlare tutti i tipi di farmaci concessi. In tutte le forme. Finché quel cadavere non riusciva a lacrimare e a biascicare qualcosa che più o meno voleva dire ospedale. Lì, salvo le immancabili code, e il tempo per gli accertamenti di rito, con una santa flebo di diosacosa, in meno di un’ora mi rimettevano in piedi. Beh in piedi è una parola grossa. In piedi mi ci mettevo io di forza per recuperare il tempo perduto. Anche barcollando. Che cosa c’era stavolta di diverso? Stavo già maledicendo l’insana idea che mi era venuta quella notte di farmi portare al Pronto Soccorso più vicino, dove non mi conoscevano ancora.
“Vede signora abbiamo necessità di fare ulteriori controlli. Non è necessario che lei si preoccupi oltre il dovuto, ma se mi concede un attimo le spiego come stanno le cose”.
Aveva l’aria insolitamente buona e si muoveva e parlava senza la fretta tipica cui mi ero assuefatta nel tempo, smettendo anche di chiedere spiegazioni. Pensai che era stanco. O che stava dormendo e lo avevano svegliato e magari visto che gli avevano e gli avevo disturbato il sonno, a lui, al primario di neurochirurgia che chissà per quale maledizione, o benedizione, quella notte scontava un turno, tanto valeva che si desse da fare. Magari punendomi. Spinse lentamente la barella sotto un  neon perché anche io potessi vedere l’immagine. Tirò fuori una lastra da una grossa busta sgualcita e si aggiustò gli occhiali sul naso. “Vede questo piccolo punto nero qui, nella sua testa? Ce ne sono almeno altri tre, più piccoli; so che è difficile leggere questa robaccia, ma se si impegna riesce a distinguerli”. Lo guardavo inebetita. O forse erano i farmaci. Che accidente mi voleva dire? Avevo fatto almeno cinquanta tac negli ultimi due anni e ora lui se ne usciva con un puntino! “Lei ha avuto un TIA. Almeno uno, adesso”. “Un piccolo infarto al cervello” spiegò per mia madre, che alla parola infarto stava per averlo lei e per spiegarle poi quello che voleva dire poco ci mancò che non ne avessi un altro. Di TIA intendo. Attacco ischemico temporaneo. Un piccolo black out delle funzioni cerebrali. Non tutte credo, per fortuna. “Vado a casa lo stesso. Farò tutto quello che mi indicherà di fare e tutti gli accertamenti necessari, ma non qui e non ora. Adesso ho da fare.”
Ovviamente li feci. Gli accertamenti. Ovviamente costretta. Anche se, ammetto, un po’ di strizza mi era venuta. E insieme alla strizza ci guadagnai la rabbia. Perché è un tipo di cose per le quali non c’è spiegazione. Non in un soggetto giovane e sano. Questo dicevano concordemente radiologi e neurochirurghi. Che in più escludevano un nesso tra i TIA e le emicranie, tra i TIA e certi ammanchi di memoria che io lamentavo, tra i TIA e qualunque cosa potessi cercare di ricordare per aiutarli ad aiutarmi. Un puntino. Un puntino.
Una sera a cena con amici uno di loro che sapeva la storia mi prese in giro su questa cosa del punto, non ricordo neanche come. Qualcosa a proposito della mia abitudine di chiudere un’asserzione di cui sono convinta aggiungendo punto. Tra loro c’era un cardiologo. Due giorni dopo mi chiamò a casa. “Domani mattina vieni in ospedale da me. So che cosa hai.”
Ero stanca. Stanca di fare indagini, stanca di entrare e uscire da ambulatori, cliniche, ospedali. Ma Lucio fu irremovibile e perentorio. “Lo vedi questo puntino?” Dio! Ancora un puntino? Lucio stava esaminando il mio cuore. E io stavo pensando che probabilmente tutti come me hanno un odioso puntino nero ondeggiante sulla retina e che volevano per forza sgravarsene attribuendolo a me. Al mio cervello prima e al mio cuore adesso. “Compensa” disse. Compensare significa produrre all’interno una pressione che bilanci le variazioni di pressione esterne. Lo si fa per “sturarsi” le orecchie quando si passa rapidamente da una quota altimetrica ad un’altra. Lo si fa quando si va sott’acqua. E io che facevo immersioni da anni lo sapevo fin troppo bene. Attraverso il buchino passò un lampo veloce di luce blu. “E’ sangue venoso. C’è un buchino nel tuo cuore che lo lascia andare al cervello. Insieme ai residui che trasporta. E i vasi sottili di quelle aree si intasano, provocando piccoli infarti. Devo operarti”. Devo che? No, ovviamente non ci sono parole. “E’ un’operazione di routine, che facciamo sui bambini, una sciocchezza, niente di cui preoccuparsi”. No, niente di cui preoccuparsi. Tanto è il mio cuore. Tanto è lui che batte ossessivamente da quando sono nata portando avanti nel tempo del mondo questa robetta che è il mio corpo e la mia testa e i miei pensieri e i miei sogni e le mie emozioni e la mia vita. Tanto siete voi che vi infilerete lì dentro e che ci metterete le mani. Non io. Che non saprei come fare ma che accidenti è il mio cuore maledizione starei ben attenta! Certo devo saperlo che lo tratterete con cura ma… insomma quanti metaforicamente mi avranno messo le mani sul cuore? Quanti metaforicamente me lo hanno sbranato, schiacciato, infilzato, cucito, rattoppato, accarezzato? E se è una cosa da niente perché siete tutti qui, amici, parenti, mamma che piange, Lucio che sorride, fuori questa sala operatoria che chi diavolo mi ci ha portato?
Un ombrellino al titanio ha cancellato il puntino. Quello nel cuore. Per quelli nel cervello non c’è molto da fare, resteranno lì.
Sono un’ipocondriaca. Forse dipende dal fatto che ho sempre sentito, da bambina, che non sarei rimasta molto su questo mondo. Forse anche per questo ho sempre rincorso affannosamente il tempo. Ogni volta che dovevo per qualche motivo sottopormi ad un piccolo intervento o più banalmente fare un viaggio in aereo, che poi sono razionalmente consapevole che è statisticamente il mezzo più sicuro, facevo, no faccio, testamento, morale che altro non ho, per coloro che amo. Questa volta non ci ero riuscita. Non ne avevo avuto la forza. Quando mi sono svegliata davanti agli occhi ho visto tutte le volte che per un puntino avrei potuto non svegliarmi più. Per scendere in fondo al mare. Per caricarmi sulle spalle il televisore o la libreria da montare. Per far giocare i bambini a vola vola vola. E ho visto qualcos’altro. Ho visto il tempo. Ho visto tutto il tempo che non stavo vivendo da tanto, tantissimo tempo. Ho visto le corse e gli affanni; le rincorse. E ho visto occhi chiusi e mani chiuse e silenzio. E io non ero da nessuna parte. Il necessario. Il dovere. Le responsabilità. C’era tutto. Io non c’ero più.
Quando sei impegnato a vivere si dimenticano un sacco di cose. Soprattutto si dimentica di mettere dei punti. Si intrecciano fili, linee, percorsi e ci si dimentica perché. Ogni tanto mi scoprivo a contare. Contavo le cose. Le cose che facevo, i passi che facevo, persino i piatti che lavavo. E qualcosa nella mia testa voleva anche che fossero sempre pari. Fatte un numero pari di volte. Anche le cose irripetibili. Una specie di continuum forzato, credo. Ancora mi capita di contare le cose. Ma ci rido. Come rido quando sento parlare dell’importanza di vivere l’attimo, di non sprecarlo, di non perderlo. Nel mio tempo di oggi ogni attimo è infinito. E c’è un sacco di tempo per fermarsi e mettere punti. I punti sono importanti.

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sabato 21 gennaio 2012

Vi mancherò

Solo la superbia scambia la sincerità per invidia. E l'accondiscendenza, più spesso estorta che regalata, sia essa frutto dell'affetto o di un banale bisogno di quieto vivere, per sincerità.

“Mi benedica padre perché ho peccato”. Mentre io benedico la grata che fa sì che lui non veda il ghigno di soddisfazione che come ogni volta sento inesorabilmente conquistarmi il volto. Anche stavolta ce l’ho fatta giusto in tempo, pochi attimi prima dell’assolo di Daria, quello che accompagna l’Offertorio.  La conquista dell’inginocchiatoio della salvezza riesce a liberarmi persino dai sensi di colpa. Sensi, plurale. Perché in realtà stento a capire per cosa dovrei esattamente sentirmi in colpa. O per cosa di più. Se perché prendo in giro me stessa e Dio dietro la grata per sottrarmi, almeno in parte, ad un sacrificio che non riesco più a sostenere; se perché mi sento ipocrita a non dirle chiaro quello che penso, che forse, dico forse, se mi ascoltasse mettendo da parte un istante la superbia e la boria di cui non riesce a fare a meno, manco fossero per lei l’aria stessa che la tiene in vita, potrebbe ancora cambiare, vivere meglio, perché sento che non è assecondandola, come fan tutti, come faccio anche io, che le si fa del bene; o se perché sottraendomi mi sento comunque vigliacca, vigliacca nella bontà che mi impone di non ferirla.
Lei è Daria, mia sorella. Canta nel coro della Chiesa. No, scusate. E’ la punta di diamante del coro della Chiesa. Non è che non sia brava. Oddio forse brava è un po’ troppo. E’ intonata, ha una voce gradevole – specie per tempi non troppo lunghi, a piccole dosi -, conosce la musica. Abbastanza. Il problema è che per lei non è così, non è mai stato così. Non le basta, non le basta quel coro, non le bastano i bambini del catechismo che pendono dalle sue labbra obbedienti, non le bastano gli anziani della messa vespertina che vanno finanche a stringerle le mani, non le basta che il povero parroco le abbia concesso di cantare alcuni brani da sola e a modo suo. Lei era fatta per altro. Lei era fatta per le scene, per il mondo, per gli applausi scroscianti. In chiesa non ci sono applausi. Se non per gli sposi e per la bara del morto. Persino quelli li viveva come un furto. E ha scelto di non cantare più alle cerimonie.
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Crede che io non la veda. Che non me sia accorta. Crede che io sia così stupida da non capirlo che lo fa apposta. Si mette in fila per confessarsi sempre allo stesso preciso momento.  Se c’è meno gente lascia passare, con quel suo fare gentile. Lo stesso fare gentile e falso che usa con me. Non vuole sentirmi cantare. Per invidia, invidiosa e livida come tanti. Invidiosa e incapace di ammettere la sua pochezza. Oh la capisco eh! Sia inteso. La capisco più di tutti quegli altri gretti e meschini che vanno via di nascosto, fingono di non vedermi, pur di non sprecare un complimento o, se restano, restano per criticare, sommessamente, velatamente. Tutti grandi sono! Tutti dotati! O tutti critici illustri ed ascoltatori di grande cultura! Gli piaceva la gallina che c’era prima di me a loro, quell’ochetta sommessa nientedispeciale che non li faceva sentire nessuno, che li spronava a cantare con lei. Capisco mia sorella. Poverina! Tutta la vita a misurarsi con me. A me si e a lei no. A me la creatività, l’arte, il dono e a lei quattro marmocchi e un marito che fa l’impiegato. Certo nessuno la invidia. Forse persino questo mi invidia. Ma certo! Mi invidia l’invidia. L’invidia e la grettezza che mi hanno impedito di avere quello che meritavo. Perché è colpa degli altri Di tutti quelli che ho incontrato. Tutti meschini e invidiosi. Vanno avanti solo le mezze cartucce, quelle che non fanno paura. Quelli bravi davvero no, quelli si stroncano, che se no è troppo, troppo il dolore, la sofferenza, la consapevolezza di non valere niente. E io sono brava, come mio marito. Mio marito.
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Suo marito poi. A volte mi chiedo se non è stato il suo matrimonio a peggiorare la situazione. “Il grande, illustre fotografo ritrattista della Milano bene”. L’artista. Che è troppo preso dai suoi impegni “creativi” per venirsela a sorbire lui la moglie e le sue paturnie. Quelle che vengono dopo lo “spettacolo”. “Invidiosi meschini! Poveracci! Ma sai che ogni tanto qualcuno di loro ha la faccia di venirmi a dire che forse dovrei fare quel pezzo così, quell’altro colì, manco fossi capitata su un palco per sbaglio! E manco stessi cantando La Traviata! Se solo sapessero quanto ho studiato, quanto studio, anche per fare questo ridicolo a cui mi sono ridotta e quanto proprio loro, proprio dei vermuncoli come loro, di nessuna cultura e sapere mi hanno fermata. Ciechi! Incapaci di guardare a due metri dal loro naso. Meglio le svampitelle, le band di moda, quelle trendy, che si accaparrano le simpatie concedendo sorrisi e chissà che altro, creandosi un seguito di bestioline come loro, sempre pronte ad ubbidire e a fare a richiesta, senza personalità; meglio quelle così che una che la sa lunga e che non si fa mettere i piedi in testa, troppo difficile da gestire, troppo troppo.” E giù così, fino a sotto casa, rigorosamente a piedi che se no il tragitto per inveire è troppo breve. E poi “Ti è piaciuto vero? Hai sentito il nuovo arrangiamento eh? E’ molto particolare, vero? L’organista non voleva lasciarmelo fare. Eh ma io ho il diritto all’assolo e a decidere come voglio farlo. E’ arrivato un altro artista è arrivato!” E intanto l’artista a casa si riposa le orecchie. A lungo anche. Perché non si farà trovare quando torneremo. Ha sempre, guarda caso, qualche servizio proprio il giorno della messa cantata, anche quando capita in un altro giorno. Che poi non è che cambierebbe molto. Tanto si rintana nel suo studio, si mette le cuffie e sparisce dal mondo. Tranne quando Daria gli serve. Per le sue public relations. O per rammendargli i calzini e cucinargli il pranzo. E lei che lo venera come un prete all’altare. Mah, chissà se avesse incontrato uno diverso! Uno senza le sue stesse ambizioni, senza la sua stessa “vena artistica”, uno che, invece di farla stare chiusa in casa a cantare, coltivando uno stupido sogno che altrettanti stupidi le hanno alimentato da quando era bambina, più per non essere vessati (li capisco, ah se li capisco!) che per ipocrisia o cattiveria, l’avesse portata in giro a divertirsi, a vedere il mondo, a vivere, magari. Magari sarebbe stato diverso. Magari sarebbe stata felice. Magari non ce l’avrebbe con il mondo intero.
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Il mio usignolo. Mi chiamava così mio marito quando mi ha conosciuto. Ad una stupida cerimonia di nozze. Applausi per gli sposi, mai per la cantante. E lui era il fotografo. Niente applausi neanche per lui. Bravo, bravissimo! Oh se capisco anche lui! Che si è rinchiuso nella sua tana lontano dal mondo che non ti riconosce niente. Certo lui almeno. Lui almeno ha me. Che gli organizzo i book, che gli allestisco lo studio a mo’ di show room, perché la gente possa apprezzare le sue qualità. Che perdo tempo per lui. Ecco. Perdo tempo, tempo prezioso. Per lui che in fondo è esattamente come tutti gli altri. Lui a sentirmi non ci viene neanche. Che mi ha sentito tante volte, che mi sente anche a casa. A casa? Ma quando? Chiuso rintanato nel suo buco! Pieno di sé come gli altri. Così pieno di sé da non avere neanche più parole, più consigli da darmi, complimenti da farmi. Trasparente. Ah ma che importa! Al diavolo lui, al diavolo tutti! So io quanto valgo! Peggio per chi non capisce! Gli applausi? Gli applausi sono volgari. Volgari a teatro, volgari agli sposi, volgari ai morti. Sto registrando tutto, tutto. Tutti i grandi, tutti, nessuno escluso, sono stati incompresi. E’ il nostro destino. Ah! Vi spellerete le mani ad applaudirmi un giorno, quando, per mia fortuna, non sarò lì a subire una simile volgarità. Vi mancherò. So che vi mancherò. Piccoli meschini invidiosi.




venerdì 13 gennaio 2012

Senza meta

Sei stata brava. Hai messo tutto a posto, hai rifatto i letti, hai tolto gli ultimi piatti dal lavabo e messo avanti la lavastoviglie. Hai tolto i panni dal balcone e, con la sollecitudine distratta delle azioni mille volte ripetute, li hai ripiegati e rimessi ordinatamente al loro posto. Ieri hai pulito tutta la casa. Certo forse avresti potuto impegnarti di più, ma l’effetto d’insieme non è per niente male. E hai perfino innaffiato le piante. Nessuno troverà da ridire domani, indipendentemente da chi sarà a mettere i piedi in casa, da chi verrà a cercarti, da chi ti troverà. Nessuno potrà dire che eri una disordinata, o una buona a nulla. E forse è meglio che non ti ci sei messa troppo di impegno, così non penseranno neanche che eri una maniaca depressa. Anche se tu sai bene quante manie hai. Quante ne hai avute. E sai anche che non combatterle è stato il miglior modo per sconfiggerle e sconfiggere ciò che le provocava. Hai sempre assecondato i percorsi delle tua mente e in fondo anche quello cui ti stai preparando non è che un modo per andarle incontro.
Hai preparato tutto con cura. Questa volta con minuziosa dedizione. Hai studiato a lungo. Cause, conseguenze, pro, contro, indicazioni, controindicazioni, interazioni, effetti collaterali. Certo, non penso solo ai foglietti illustrativi dei farmaci che in più di un mese sei riuscita in mille modi a farti prescrivere. Anche a quelli. Ma intendevo tutto: hai sistematicamente analizzato tutto. Lucidamente. Riuscendo persino ad accantonare il dolore. Non ti concederai di sbagliare stavolta.
La vasca nel bagno  è quasi piena e la temperatura è perfetta. Più calda del dovuto, perché non sia fredda quando sarai pronta. Non ci entrerai subito infatti, ma soltanto quando sentirai che è il momento, quando sentirai che le forze cominciano a venir meno. Ti rilasserà e il calore libererà endorfine, che impediranno al tuo istinto di cercare di reagire, di proteggerti. Perché è lui che ti preoccupa di più, da sempre. Così hai anche comprato e preparato incensi e oli alla lavanda, e messo su un vecchio cd di musica new age, senza strumenti, senza voci da ripetere, solo i rumori e i suoni della natura. Ammesso che lo sentirai.
Hai staccato il telefono e spento il cellulare. Sei ancora al computer però, a dispensare sorrisi, parole, riflessioni. Fa parte di te, non farlo potrebbe non essere normale. Eppoi ne hai voglia, quindi perché non farlo?
Ogni tanto ti fermi, guardi l’ora. Non che tu abbia scelto o designato un’ora precisa, ma non vuoi che succeda all’alba. Troppe volte i colori e i suoni dell’alba ti hanno richiamato ad una realtà che non ti appartiene, a bisogni fisici che non ti corrispondono.
Hai ancora tante cose da fare: anche tu devi prepararti perché vuoi essere impeccabile. Poi ci sono i tempi del rito, e non sono brevi. Sai che stasera non devi farti troppo coinvolgere. Così finalmente ti alzi, vai nella tua stanza e tiri fuori da un cassetto quello slip carino che ti ha portato tua sorella dall’Inghilterra. Hai scelto quello perché secondo te fa glamour. Sia a colori che in bianco e nero. Non sai infatti che foto faranno. E l’idea di essere completamente nuda non ti piaceva.
Un’altra occhiata al computer. Ora ti trasferisci nel bagno. Vuoi depilarti, farti le unghie, sistemare le tue impossibili sopracciglia; i capelli no, non importa, tanto nella vasca si bagneranno, e a te stanno bene bagnati. Poi sono puliti, li hai lavati stamattina, pettinandoli e acconciandoli con una profusione di impegno che non hai avuto mai. Mentre ti depili ti guardi quei piccoli tagli sulle gambe. Sono praticamente poco più che dei graffi. In fondo è stato un bene aspettare. Già, come se fossi stata tu a scegliere di aspettare. Ok scusa, scusami. Si era detto che non avrei detto niente che potesse ricondurti a quello che… a te, semplicemente, scusa. Non guardarmi così. Sei stata tu a pensarci. Ci hai pensato attraverso quei segni, te l’ho letto negli occhi. Hai pensato ai lividi. Hai pensato a lui. Hai pensato alla sua rabbia. E ti sei ricordata anche il resto. Non provare a negarlo. Io non dirò altro, va avanti.
Non ti ho deconcentrata. In meno di un secondo hai spazzato via quell’ombra che ti avevo letto negli occhi e hai ripreso diligentemente il tuo percorso, la tua routine di bellezza per le grandi occasioni, quelle in cui vuoi essere perfetta. E alla fine non ci hai messo tanto. Chissà perché te lo ripeti ogni volta stupita eppure capita sempre.
Rimetti tutto in ordine e richiudi la porta. L’acqua nella vasca non deve raffreddarsi.
Ora sei di nuovo al computer. Hai un impercettibile moto di stizza. Il tuo rito prevede che  la tua danza cominci bevendo. Perché questo in qualche modo sei sicura che aiuterà. E hai ovviamente preparato anche questo nel modo migliore. Hai comprato dei lime perché almeno un paio di caipirinhas ti spettano: sono l’ideale per iniziare e il tempo richiesto per prepararle è un valido modo per tenere lontano pensieri e distrazioni. Poi verrà qualcosa di più forte, in salita, ma hai deciso di non scegliere in anticipo perché il gusto non va mai programmato. Così hai schierato sul tavolo tutto quello che più ti piace. E hai comprato due pacchetti di cigas in più, per esser certa che non finiscano prima del tempo, perché non sai bere senza fumare. Ma quello che ora provoca il tuo disappunto è che tu non sai bere da sola senza scrivere. E nei giorni passati hai scritto tutto quello che dovevi scrivere. A tutti. A lui, alla tua famiglia, a chi ti ha amato e ti ama ancora, agli amici più cari, a… scusa, no, non volevo ricominciare, credimi, sei tu che hai aperto quella cartella per vedere se avevi dimenticato qualcosa, se potevi trovare qualcosa da scrivere ancora, sei tu che non ci hai pensato nonostante sapessi che quella cartella non andava riaperta. Chiudila, puoi scrivere qualcosa di nuovo, una storia fantastica, quella poesia in francese che non hai più scritto… oppure puoi leggere qualcosa, magari in rete, senza cercare tra quello che hai, senza ripercorrere nel computer nomi, immagini, ricordi. Vuoi?
Devo ammettere che ti sei davvero preparata a dovere. Anche questa volta il mio intervento ti ha appena sfiorato. Un’amica ha appena pubblicato nel suo blog un racconto abbastanza lungo. E hai deciso che per iniziare può andar bene. Hai anche aperto un documento nuovo. Così quando finirai di leggere potrai buttar giù quello che ti pare, magari bevendo un’idea ti viene.
Prendi il ghiaccio dal freezer, il secchio con il pestello, lo zucchero di canna e cominci a tagliare i lime a pezzetti dopo averli lavati e asciugati. Fai tutto molto lentamente, con gesti calmi e misurati. Non hai fretta e non ce ne è adesso e sei sicura che fatta così la tua caipirinha sarà migliore di tutte quelle che hai bevuto e che hai fatto di corsa dietro il bancone di un bar. Stanchezza zero. Mentre versi la cachaça ci pensi e ti scappa un sorriso. Non volevi le occhiaie e tra ieri e oggi hai dormito come non mai. Ma siccome stasera farai tardi e farai tardi bevendo alla fine le occhiaie ti si vedranno lo stesso e certo non ha senso truccarsi per immergersi nella vasca. Non importa. E’ ora di leggere. E di bere.
Sono le tre. Hai letto almeno tre storie. Ne hai iniziata a scrivere una. Carina, non hai mai scritto cose così, senza un percorso, senza un tema. Parole che si inseguono e che diventano una musica, sembra che ballino. Ecco ballare. E’ una idea che ti piace subito. Ha bevuto le tue caipirinhas e hai dato fondo alla bottiglia di rum ma sei ancora troppo sveglia. E’ tardi per accendere lo stereo di casa, così indossi le cuffie, accendi la tv e ti scegli un canale di rap. Balli. E bevi ancora. E finalmente la testa comincia a girarti.
Ricominci a scrivere. Hai deciso che finirai la tua storia. Hai deciso come finirla e infatti si scrive da sola in pochi minuti.
Chiudi il file. Chiudi il tuo account. Anzi no, lo riapri. La pubblichi, domani qualcuno la leggerà. Adesso puoi chiudere tutto. Spegni il computer e lo porti in camera. Sul comodino. Dove è stato in questi ultimi… quanti mesi? Non ti rispondi. Lentamente ti spogli. Indossi gli slip che avevi preparato e l’accappatoio, fresco di bucato. Prendi il libro che stavi leggendo. Restano da leggere una ventina di pagine. Le hai lasciate di proposito. E’ di facile lettura e anche se hai bevuto tanto non farai fatica a comprendere. E sei sicura che avrai il tempo di finirlo prima che sia il momento di accucciarti nella vasca.
Torni in cucina. Abbassi le luci. Abbastanza da non sentire il fastidio che cominci ad avvertire agli occhi. Controlli se riesci a leggere. Guardi l’ora. Adesso non hai più tanto tempo. Non c’è fretta ma non puoi più sprecarne. Apri la dispensa e tiri fuori una busta. Metti in fila sul tavolo quei quattro astucci. Sai che probabilmente ne basterebbe uno, ma hai deciso che per una volta nella tua vita vuoi solo certezze. Tiri fuori i blister. E poi quelle pillole colorate. Anche queste le disponi in fila, una ad una, a disegnare qualcosa, un disegno che hai in mente e non hai mai messo su carta. E ti piace. E’ come se lo avessi sempre cercato e sempre saputo. E’ ora di incontrarti. Finalmente.
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Stanotte, o dovrei dire stamattina, sono rimasta ad osservarti mentre dormivi. Temevo avessi freddo con addosso solo quei buffi slip. Hai dimenticato di chiudere la finestra e sei crollata prima di infilare una T-shirt, sopra la coperta. Quando ti sveglierai ce l’avrai a morte con me. E non avrò parole per calmarti e braccia per abbracciarti. Ti ho fermata. Questa volta sono stata io. Perché tu hai finto di dimenticare e lo hai fatto meglio di tutte le volte che lo ho fatto io. Ma tu sei anche quella che mi ha ricordato. Tutto. E io non ho dimenticato. Non ho dimenticato cosa ti ha fermato e non ho dimenticato cosa dopo ti ha portato avanti. E non ho dimenticato il dolore cui non sai rinunciare. Tutto ciò che ti resta di quello che ami. E di quello che sei. Mentre ci penso mi rendo conto di quanto stiamo diventando simili, di quanto si stiano riducendo le distanze. Questo mi spaventa. In parte. In parte mi piace. Dovremmo abituarci. A camminare insieme.




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La pelle vuota

Ti hanno portato via. Ti hanno portato via e mi hanno lasciato qui. Da sola.
Hanno detto che ti stavo ammazzando. Tu lo sai che non è così. Lo sai che stavo solo cercando di aiutarti, di liberarti. Tu, eri tu che mi stavi ammazzando. Eri tu che mi stringevi le mani alla gola. Eri tu.
Eri tu?
Per fermarmi?
Shhhh!
Sei tu?
Sei tornato?
Dove sei? Perché ti nascondi?
Chi sei? Che vuoi? Lasciami, lasciami stare! Lasciami!
Eccole, eccole le senti? Le senti le voci? Mi chiamano, mi chiamano, senti?
Lo diceva mia madre, lei le sentiva e io non volevo crederle, non volevo ascoltarle. Ora che lei non c’è più io le sento, le ascolto. Ci odiano. Ci odiano tutti. Vogliono che andiamo via. Via da questo posto, via da questo mondo, dal loro mondo pulito. Siamo sporchi, sporchi, sporchi. Loro, loro sono i signori. Loro che mi hanno usata, loro che hanno respirato i loro aliti immondi sul mio viso di ragazza, e ansimato, grugnito, sbavato, che hanno imputridito la mia pelle con le loro mani cariche di ipocrisie. Se le lavavano qui le loro mani sudice, gli appetiti insoddisfatti del perbenismo, le coscienze gravide di desideri. Qui sul mio ventre, sulle mie gambe bianche, sulle mie braccia livide di buchi, sui miei denti già marci a vent’anni, sulle mie occhiaie su una vita che non passa. Come non è passata a mia madre. Quando mio padre, tuo nonno, se ne andò lasciandoci a crepare da sole. Come tuo padre. Tuo padre che diceva di amarmi e se ne andato come lui. Per la vergogna. Non siamo che immondizia da buttare via. Lo senti? Da qui, da dietro al muro, sotto il letto, nell’armadio. Basta, basta, basta!
Non lo senti, non le senti. Ti hanno portato via. Ma sai, ti seguono, ti troveranno. Loro ci trovano sempre.
Io non volevo ammazzarti. Sei mio figlio. Sei l’unica cosa che ho. Sei mio. Volevo proteggerti. Io volevo solo proteggerti.
Li hanno chiamati. Qualcuno li ha chiamati. Forse sono stati proprio loro, i signori. Hanno detto che ci hanno sentiti, che ti hanno sentito piangere e pregarmi. Ero io che piangevo è vero Alfredo? Io che ti pregavo. Tu, tu mi picchiavi. Tu mi stringevi forte le mani alla gola, tu mi spingevi via. Succedeva ogni giorno succedeva. Quando rientravi e mi trovavi con le mani piene di sangue, le unghie piene di sangue pietre e cemento, i muri graffiati, dai quali cercavo di tirar fuori quelle maledette spie.
Loro ci seguono. Non serve andarsene. Non c’è un posto dove andarsene. Mi hanno sempre ritrovata e troveranno te.
Pazza, pazza, pazza. Mi hanno chiamata pazza. Loro, che ne sanno loro? Tu lo sai, tu lo sai che non sono pazza perché io lo so che le hai sentite. Mentre piangevi e mi aiutavi a tirarle fuori dai muri. E le ha sentite pure lei. Lei, quella a fianco. Quella dalla quale te ne scappavi. Credi che non lo so che andavi lì? E pure lì le sentivi, perché ti seguono, perché sei figlio mio e io figlia di mia madre. Io volevo liberarti. L’ho chiamata ieri. Quando ti hanno portato via e tutto intorno era silenzio. Ha lasciato la porta aperta lo sai? Le porte. La sua e la mia. Aveva paura dici? E di che? Che ha di più di noi? Sai che penso? Lei è proprio come noi. Di là, da sola. Puttana, come me. Sola e puttana. Me lo diceva pure mia madre. E ce le ha anche lei le voci che la inseguono e la cacciano. Perciò ti ha fatto entrare. Perciò è venuta in casa. E’ sporca come noi. E mi ha dato ragione. Mi ha dato ragione lo sai? Le ha sentite le voci. Le ha sentite.
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Sono venuti a prendere Alfredo. Non so chi li ha chiamati ma so che prima o poi avrei finito per farlo io. Mi hanno fatto una montagna di domande. Forse perché nessuno ha dato risposte. Eppure era ora di cena, erano tutti a casa. Non ha aperto nessuno. Speravo che portassero via anche lei io. Che la aiutassero. Ma pare che non funziona così. Funziona che “finché non fa del male a qualcuno”. Pare che far del male a se stessi non vale. Non se ci si fa poco male. Perché Liliana si fa male. L’ho vista io, come la vedeva Alfredo, scavare i muri con le unghie, piegare i tubi, strappare i cavi. Ma si fa poco male. Che è pericoloso neanche conta. Che è pericoloso per tanti anche. L’hanno lasciata qui, da sola. Da sola con tutto il suo mondo da combattere. Da sola con il niente di ogni giorno. Perché Liliana non ha niente. Tranne quel poco che qualcuno, a volte io se posso, cerca di darle; se lo prende, se si fida. Alfredo almeno si fidava. O aveva paura, non lo so bene. So che aveva voglia di silenzio. Di televisione. Di giocattoli. Di luci accese e di cose colorate. Di scarpe senza buchi. Di lasagna. So anche che amava sua madre. E che a un certo punto voleva tornare da lei.
Ieri mi ha chiamato. Lo ha fatto altre volte, mille volte. Non so se lo ricorda. Mi chiama quando Alfredo non c’è, quando è scuola, quando ci va, quando è per strada che non regge a stare a casa. Quando è da me a volte, di nascosto, a giocare con mio figlio. Se siamo soli a volte, se riesco, la faccio entrare. Se siamo soli perché se no non entra e scappa via. Facevo entrare anche sua madre. A mio figlio non piaceva. La nonna, come la chiamavamo tutti. Non la voleva in casa, sul suo divano. Veniva impaurita. Impaurita dalle urla disperate di Liliana e dimentica delle sue che per anni avevano terrorizzato noi. Non voleva mai niente. Solo sedersi, prendere fiato, riposare. Una sola volta, in piena notte, riuscii a farle bere una camomilla, prima di tornare in trincea. La sua battaglia era finita nella battaglia di sua figlia.
Liliana in casa mia cambiava. Si guardava i vestiti lisi e cercava di lisciarli, di sistemarli con le mani sporche. Poi si guardava le mani e girava gli occhi nervosamente altrove. Non si sedeva lei, lei no, restava in piedi, vicino alla porta, il tempo di una, due sigarette, le sue, mai le mie, e si raccoglieva i capelli, chiacchierando piano, a voce bassa, mentre le preparavo un tè che sapevo che non avrebbe preso. Mi ascoltava. Fingeva di ascoltarmi. E fingeva di dimenticare che era venuta per parlarmi delle voci. Ma il più delle volte mi costringeva ad entrare da lei. Mi costringeva è la parola giusta. Perché entrare da lei era un delirio. Le voci. Avevo imparato presto che di là l’ultima cosa al mondo che potevo dirle era che non le sentivo, che non c’erano. Che neanche potevo provare a inventarmi che erano altro, il fruscio del vento, le prese elettriche scoperte, i tubi che perdevano, i neon in fin di vita. Che pure sussurravano. Entrare da lei era entrare nel suo dolore, nella sua mente devastata dalle menzogne, dalle assenze, dalla vergogna, dalla colpa. Le voci? Le sue voci, le sue mille richieste d’aiuto mai ascoltate finivi per sentirle tutte, urlare, urlare in quei muri lacerati e grigi, rossi del sangue delle sue mani, della sua pelle consumata, della sua bellezza sfiorita e violentata, della sua paura e delle notti insonni di memorie senza amore. Finivi per sentirle addosso, frugarti il buio e il tuo silenzio, il tuo dolore, le tue assenze.
Lasciavo le porte aperte quando entravo da lei. Perché una parte di me restasse fuori, a tirarmi fuori di lì. Le ho lasciate aperte anche ieri.
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A volte smettono. A volte smettono e c’è silenzio. Ora che non ci sei ce n’è di più. Forse perché ti hanno già trovato e sono lì da te. Dovrei arrabbiarmi quindi, dannarmi che sei via e non posso più aiutarti e invece mi riposo. Come posso. Piangevi forte quella notte, quando sventrai i materassi per tirarle fuori, ti ricordi? E non volevi dormire a terra, dicevi che era sporco, che era freddo. E invece era più pulito. Più pulito di noi. E’ quasi strano adesso. Questo silenzio lungo interminabile. Che mi restituisce gli occhi per guardarmi il vuoto intorno, il vuoto dentro. Il vuoto sui miei anni che il tempo ha divorato, su questa pelle che era liscia e morbida e oggi è grinze e rughe e cicatrici e graffi. Sui miei capelli d’ebano lucenti ora grigi e stanchi più delle mie ossa.
Shhhh!
Eccole, ritornano, tornano a cacciarmi. Loro, loro sono i signori. Che cacciano e che nascondono quello che sono stati, quello che hanno cercato su quella pelle morbida che non c'è più. Che buttano nell’immondizia la pelle vecchia che non da più gioie, che non ha visto amore. La pelle che si vergogna. La pelle vuota che ha raccolto il vuoto delle loro vite.






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giovedì 15 dicembre 2011

Ada


Ho le mani vuote. Vuote di fame, di sogni, di abbracci, di tempo, di pace. Vuote di sangue. Del sangue che scivola piano sulla mia pelle lavando via l’ansia e il dolore con altro dolore.

Tengo su le braccia quando mi taglio. Guardo quei rivoli scorrere lenti, tracciare linee sottili e insicure che asciugano in fretta. Le prime volte l’odore del sangue mi dava la nausea. Oggi mi inebria. E’ l’odore del silenzio che ho dentro. Che immenso soffoca l’urlo.

La prima volta è successo per caso. O perché il caso ha voluto trovarmi. Non fu esattamente una bella esperienza. Una bella lezione. I miei genitori l’avrebbero chiamata così più avanti, convinti, e mi sorprende che lo siano ancora, che da questo finalmente avrei imparato qualcosa. E in realtà qualcosa imparai. Che forse dura poco, ma un dolore acuto, improvviso, di quest’inutile massa di pelle e di carne che ci trasciniamo sul cuore e sugli occhi, sui nostri respiri, riempie veloce ogni vuoto ogni abisso ogni piega di un freddo silenzio glaciale che spegne ogni cosa. La rabbia, la paura, l’orgoglio, l’amore, l’odio, il sonno, la fame, la sete. Il sangue odora di morte e di vita, di vuoto e di pieno, di necessario. E di inutile.

Avevo sedici anni. E avevo bevuto. Si beviamo un po’ tutti e un po’ tutto a sedici anni. Chissà quanti di voi lo hanno fatto. Lo si fa per gioco, per darsi delle arie, perché tutti lo fanno. Lo si fa per ridere insieme, di più. Per sentirsi più forti a volte, più sicuri. Per avere una scusa se fai qualcosa che a farla da sobrio non avresti la faccia di farla – che chissà perché ci vuole una faccia per fare quello che senti - ed è tanto che aspetti di farla. Qualcuno lo fa anche per non pensare per una sera. Che ha già qualcosa che gli brucia dentro. Da un giorno, da un anno o forse da sempre. Magari proprio la faccia che tutti si aspettano che debba indossare. E ogni sorso alimenta l’incendio. Io avevo bevuto un po’ di più degli altri. Bevevo sempre un po’ di più. Ma la faccia e l’incendio restavano lì. Nemici e già indissolubili amanti. Eravamo al mare. C’era una festa in una villetta nel parco che era piena di gente. Piena di gente che a guardarla da fuori di alcol ne aveva bevuto parecchio più di tutti noi messi insieme. Decidemmo di imbucarci, nessuno ci avrebbe notato. E bastava scavalcare un muretto sul retro, facendosi largo tra le siepi di lauro. Mauro passò per primo. Anna, che fino a un attimo prima piagnucolava che lei non voleva farlo, per non mollarlo a noi altre si infilò a ruota dietro di lui. Poi toccò a Sergio che l’idea era stata la sua. Avevo la nausea e a stento mi reggevo in piedi. Direi che era magari Fabio a reggermi. Non certo i tacchi da dieci che mi ero infilata sotto gli short. Bianchi, bianchissimi che sulla pelle scurissima che indossavo d’estate diventavano bianchi da lasciar senza fiato. Lasciandomi illudere che fossi io a lasciare senza fiato. Io, le mie gambe grassocce, come quelle di mamma, il mio corpo tozzo e indeciso, il mio viso troppo tondo, il naso aquilino, le labbra sottili. Devo dire che mia madre e mio padre si sono premurati di non farmi mancare niente. Ognuno di loro mi ha messo dentro il peggio di sé. E dentro gli occhi il peso dei loro sogni naufragati nel veleno della vita di ogni giorno. Avrei fatto meglio ad andarmene a casa, a buttarmi su un letto e dormire, che per una volta avrei sicuro dormito, la mia faccia scomoda sarebbe affondata nel cuscino e quello stesso cuscino avrebbe anche soffocato l’incendio. Ma quando mi riducevo così l’ultimo posto dove potevo tornare era a casa. A disturbare il silenzio perfetto delle facce perfette della famiglia perfetta nella vacanza perfetta. Così mi decisi a scavalcare anche io. Ma avevo bevuto. E mi girava la testa. Ed era buio pesto. Non lo so come feci, non so cosa feci, ma scendendo strofinai lentamente lungo quel maledetto muro che sembrava volermi abbracciare e stringere a sé come ancora nessuno aveva provato a fare. Un abbraccio che mi mancava da sempre e da sempre mi faceva male. E faceva male. Persi i sensi. Credo di averli ripresi dopo poco. Non so se tra le braccia di Paola o di Sergio o di Anna. O di mio padre. So che il giorno dopo ero in uno schifo di ospedale di provincia in una stanza con non so quanti letti e quante persone intorno a quei letti, che le finestre spalancate al sole non bastavano a portarmi l’aria che sentivo di dover respirare. Avevo entrambe le gambe fasciate. E una flebo nel braccio. Mi spiegarono che c’erano dei lunghi chiodi infissi nel muro per il sostegno delle piante giovani, che al buio non avevamo notato - gli altri saltando li avevano evitati - e che mi si erano conficcati nella carne.
Erano i chiodi che mi stringevano al muro per non lasciarmi andare. Come fanno certe parole. E come certe parole mi avevano aperto delle ferite di cui resta il segno. La cosa strana è che non facevano male. Me lo avevano fatto. Tanto da perdere i sensi. Tanto da perdere così tanto sangue da restarci tre giorni in quella stanza senza aria e senza silenzio, da farmi tornare bianca come i miei short ormai da buttare. Ma adesso il dolore era solo un ricordo. E un ricordo è una cosa finita. E’ quasi bella.

Quando tornai a casa e mi guardai allo specchio fu come guardarmi per la prima volta. Ero io bianca da mozzare il fiato e i miei capelli nero corvino erano molto più neri delle mie gambe grosse. Le mie labbra sottili due strisce di sangue sul viso. Quel sangue che se ne era andato. Mi piacque quello che vidi. Mi piacque da volerlo per sempre. Come la favola di Biancaneve e Biancaneve ero io. E la cosa che mi piacque di più fu il sapere che per diventare Biancaneve la strada faceva un gran male, ma quel dolore durava pochi attimi, che diventavano presto un ricordo, e coprivano tutto il resto. La faccia scomoda. Gli incendi dentro. Il silenzio gelido del sangue che se ne va che soffoca le urla che non puoi urlare.

Sono malata e lo so. Da allora non vado più al mare, in spiaggia intendo, che non voglio che il sole possa sfiorarmi la pelle. Non mangio carne, contiene sangue. Non mangio niente che sia stato vivo, che abbia portato dentro del sangue. Il sangue da me deve solo uscire. E deve farlo facendomi male. Coprendo il dolore con altro dolore. Più intenso e violento che toglie il respiro, che spegne ogni incendio. Che dura poco e diventa presto un ricordo. Che lascia segni che posso curare. Che lascia segni che posso vedere. Solo io. Ma questo vale per tutti i dolori.

Per gli amici non c’è un granché di strano. Siamo tutti un po’ strani a quest’età, mentre cerchiamo di essere noi senza sapere chi siamo. Mentre ci difendiamo o soccombiamo a quello che ci chiedono di essere. Sono Ada la matta, che ha paura del sole, Ada la vega, Ada la emo. Di etichette ce ne sono per tutto. E per tutti. Per i miei genitori è una moda. Che mi passerà. L’importante è che ho imparato qualcosa. Bere fa male.

 http://www.lavalledeitempli.net/2011/10/29/ada-di-cinzia-craus/

sabato 5 novembre 2011

Irene si guarda le mani

E’ quasi l’alba.
Ti guardi le mani cariche di vene.
E’ già tanto,
che è l’alba.
Che sei qui ad osservarti le mani e hai vinto il sonno. Era un po’ che non succedeva, che ti lasciavi vincere. A volte nei luoghi e nei momenti più assurdi e per tempi infiniti. Che ti lasciavi vincere in quella che tu vivi ormai come l’ultima tua battaglia. Dormire. Il sonno per te è diventato l’ultimo tuo nemico o l’ultimo amico che ti è rimasto. Che un nemico quando lo vinci è l’amico che ti ha dato ragione di esistere.
L’alba e un altro giorno inutile. Ma non sono l’alba, il giorno, il tramonto, la sera, la notte che scandiscono il tempo, sono il sonno e il risveglio. Hai smesso di dormire quando hai capito che svegliarsi era inutile. Senza senso.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Anche le ore non hanno senso. Sono tutte assolutamente uguali. E vuote.
Dicono che quando fai qualcosa che ami il tempo, le ore, volano in fretta. Che il tempo, le ore passano lente quando non hai nulla da fare o quello che fai ti da noia. E’ un anno che mi guardo le mani e mi sembra di avere iniziato ieri. Non mi annoia. Non mi appassiona. Le guardo, e intanto il tempo degli altri scorre.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Non sei sempre stata così.

Non è sempre stato così.
Irene aveva un sacco di amici. Irene viveva un sacco di amici. E un’interminabile scorta  di sogni che lei preferiva chiamare progetti. “Volere è potere” si diceva ogni giorno e lo diceva a chi invece aveva paura. Era un treno senza fermate. Di quelli che ti travolgono e ti portano via, e ti cambiano qualcosa dentro, per sempre. Era stata un treno a scuola, nello sport, all’università, lo era quando lavorava. Nei suoi occhi brillava la fiamma viva della passione che divora ogni cosa. Qualunque cosa facesse. Le sue mani nervose tracciavano, sulla carta, sui muri, nell’aria, nel vento, le linee dei suoi pensieri che si facevano parole. Che suonavano forte. Potevi amarla e seguirla. O odiarla. E l’avresti seguita lo stesso.
E sapeva ascoltare Irene. Irene ascoltava ogni cosa e da ogni cosa si lasciava riempire. Ascoltare sentire vedere conoscere, mangiare bere dormire respirare.
Troppo. No non fraintendetemi non c’è mai un troppo per chi ha sete di crescere, per chi ha fame di vivere. Ma c’è un troppo per chi ascolta col cuore. E che nel cuore ha anche una testa. Perché Irene mentre ascoltava pensava. Pensava alle cose che aveva ascoltato. Pensava alle cose che aveva sentito e visto e conosciuto. Pensava alle cose che aveva vissuto.
E mentre ascoltava e pensava le ombre crescevano piano e poi forte e poi ancora più forte, da sopra la pelle, da sotto il cuscino. E tutti i colori, gli odori, i sapori, perfino i dolori diventavano uguali. Tutti suoni del mondo diventavano uno, una sola parola meschina ed ipocrita e falsa.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Non sono le ombre che mi hanno fermato. Non sono le ombre. Piuttosto la luce. Non sono le ombre che mi hanno fermato.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Lo so, lo so Irene. Non sono le ombre che ti hanno fermato e credimi non è stata neanche la luce.
Ti guardo la fiamma negli occhi. Ogni tanto si accende. Basta trovarti qualcosa da fare, qualcosa da fare  che bisogna fare, qualcosa che ti accenda il pensiero che lo faccia vibrare, volare lontano. Basta, a volte, qualcosa che ti faccia ridere. E ancora succede che ti ci voglia poco. A ridere. E il treno riparte.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Tra poco è di nuovo Natale. A casa di Irene è Natale da un anno. L’albero è un po’ impolverato, le luci, il presepe. E’ rimasto tutto lì. Come le valigie di quest’estate. Come le pagine dei calendari ferme ad un tempo lontano. Come le liste di cose da fare. Le ore vuote sono così piene da lasciare senza tempo, senza respiro. Irene si guarda le mani.

Driiiiiiiinnnnnn

Il giorno degli altri comincia.
Faccio qualcosa che si deve fare. Magari mi impegno e rido e sorrido. Magari mi seggo e mi guardo le mani. O forse mi raggomitolo stretta nel letto e mi lascio dormire. Tanto qualcosa mi verrà a svegliare. Qualcosa che non ha spazio né tempo, che non ha pensiero, che non ha bisogno. Non ha bisogno del mio pensiero. Qualcosa di vuoto si verrà a infilare nelle mie ore piene di vuoto. Che non chiede pensiero, che non chiede parole. Che non riempie le mani. Che son troppo piene. Il treno non parte con un sorriso.


domenica 30 ottobre 2011

Cianuro

Paolo l’aveva corteggiata per anni. Mai in modo esplicito o diretto, ma in quel modo vago e sottile insieme e silenzioso che gli sembrava adatto a giustificarsi dei suoi fallimenti. Perché lei era una che non dava peso ai doppi sensi, ai silenzi, ai significati nascosti, al non detto. Glielo aveva detto mille volte: “Per me quel che conta sono le parole e i fatti, niente altro; io non penso, non rimugino, non sogno, non guardo dietro”. E l’illusione che in realtà lei capisse molto più di ciò che lasciava ad intendere preferiva evitarla, che gli sembrava un tradimento. Si perché Carla era la sua amica, la sua amica di sempre, o forse lui, Paolo, era il suo amico di sempre, di lei, il suo confidente; ma anche il suo pezzo mancante, era proprio lei a dirgli così, o meglio i suoi pezzi mancanti, pezzi di uomo, pezzi di donna, di sensibilità che sentiva di aver perso o di non avere mai avuto. E gli seccava parecchio anche quel verbo che gli era venuto in mente invitandola a cena quella sera che era tornato in città dopo tanto tempo (quanto tempo era che non si guardavano negli occhi, che non sentiva il suo odore, che non asciugava le sue lacrime, che non si scambiavano gli accendini finendo a fingere di litigare, che non le lasciava la sua birra perché lei la finiva sempre prima?): corteggiare… non si può corteggiare un’amica, anche questo è un tradimento e sa di falso e meschino, respirare i suoi respiri, abbracciarla, stringerle le mani, crollare addormentati insieme su un divano dopo una nottata da balordi a bere e a fumare e a farsi male e bene insieme, o stringersi in un sacco a pelo nella casa di montagna perché nessuno ci è già stato prima e nessuno si è accorto che la caldaia è andata e i materassi sono tutti muffa per colpa di un’infiltrazione. Non puoi ascoltarle le sue storie e i sogni e i desideri e i viaggi e leggerle sul viso l’amore per un altro e intanto volere che sia tua, desiderarla, sceglierla. E’ da bastardi. E Paolo si sentiva il peggiore dei bastardi mentre dalla valigia sceglieva la camicia che meglio aveva retto al viaggio, tirava fuori il profumo, cercava in mezzo a quel casino che era il suo modo assurdo di fare i bagagli (lei ci aveva fatto ricami di ogni genere su questo luogo comune di “voi maschietti”) i boxer nuovi che aveva comprato giusto due giorni prima di partire, due giorni prima per avere il tempo di lavarli e asciugarli al sole, che fossero nuovi ma che apparissero usati, che non fosse scontato che se poi, se poi insomma glieli avesse visti addosso, fossero una cosa premeditata. Ma lo erano. Come evidentemente lo era tutto quello che stava facendo. Come sarebbe stato premeditato agli occhi di lei tutto il percorso che in quegli anni avevano fatto insieme. Tutte quelle accidenti di serate e notti a telefono a parlare di sesso, e le domande, e ogni risposta catalogata e registrata. Paolo sapeva tutto quello che poteva fare e quello che non avrebbe mai dovuto fare. Anzi, sapeva che non c’era niente che non poteva fare, a dire il vero. Sapeva quante notti su certe cose che gli raccontava non ci aveva dormito o, peggio, vigliaccamente ci aveva acceso e consumato il suo desiderio. A volte addirittura mentre parlavano, lasciandosi accarezzare dalla sua voce, che diventava mani e labbra e lingua e pelle. Sapeva tutto quello che le piaceva, che la faceva impazzire, quello che nessuno sapeva mai e ci metteva mesi per arrivarci e magari ci arrivava quando ormai lei era già stanca e pronta ad andare via. Perché poi sapeva anche questo. Che era una che amava senza limiti ma che tanto era lenta e difficile ad accendersi tanto era facile, fulminea a spegnersi. Detto così magari suona male, anche se lei non si faceva problemi a dichiararsi incostante. Soprattutto perché i fatti non le davano ragione. Gli stessi fatti che per lei erano l’unica verità in cui credere. E i fatti erano che aveva avuto solo lunghe storie o lunghi amori e tutta la volontà e l’energia  per farli sopravvivere. Finché poteva. Finché non esplodeva. Come una bomba ad orologeria di cui nessuno aveva sentito il ticchettio per mesi, anni, nessuno lo aveva ascoltato. Si perché era questo quello che la scazzava di più, che nessuno era capace di ascoltarla. Quando non parlava.
Lui invece no, lui l’ascoltava sempre. Non era facile a volte, ma si sforzava di ricordarsi tutto, anche quello che gli faceva male, anche quello che non gli piaceva. E ce ne erano di cose che non gli piacevano. Perché Carla con la sua schiettezza, la sua intelligenza, la sua cultura, la sua curiosità era quel tipo di donna che gli uomini temono, quel tipo di donna da cui gli uomini scappano. E lei li guardava scappare senza mai una parola di biasimo, pronta a comprenderli, a giustificarli, a trovare un modo per continuare ad amarli. Già questo non gli piaceva, perché lo faceva sentire più piccolo, più fragile, più povero.  Ma ancora peggio era quando la sua franchezza con naturale assoluta disinvoltura diventava cinismo, almeno ai suoi occhi, e gli apriva una finestra sul mondo delle donne, della loro sessualità, delle loro confidenze, dei loro commenti, così maledettamente simili a quelli degli uomini - che invece è un luogo comune e insieme una leggenda metropolitana - che si raccontano tante cose e tanti particolari quanti se ne raccontano loro. Stronze! Non gli veniva in mente altro quando lei parlava delle continue defaillances di Luca con la sua amica Sara, di Chiara che con Marco veniva solo una volta all’anno e che preferiva farsi da sola, di Marcella che di ogni uomo che cambiava gli prendeva le misure all’uccello, lunghezza e diametro, e che era la prima domanda che le faceva quando cominciava una storia nuova e ne diceva di tutti i colori sugli attributi degli uomini passata una certa età, che finivano per sembrare quella specie di caciocavalli, vattelapescacomesichiamano, messi ad asciugare e dimenticati al caldo che mezzi si avvizziscono mezzi si appendono prendendo le forme più strane. Marcella, vaffanculo! Quaranta anni suonati e un culo sui talloni da quando è nata, cellulite da farci il lesso una meraviglia e tette a scomparsa nel senso che a furia di far diete c’era rimasto ormai solo l’involucro appassito. E Carla la sosteneva: “Mica invecchiamo solo noi Paolo! State a filarvi le ventenni che vi insaccano con le loro chiappe toste e spesso e volentieri con tette già rifatte, e noi lì a guardarci e contarci rughe e capelli bianchi (meno male che io non me ne sono mai fregata un cazzo – ed era vero, forse solo qualche volte Carla cadeva in questa trappola bastarda che invece stringe la gola a tante, e succedeva solo quando cominciava ad aver paura, paura di amare davvero, o peggio di essere amata davvero – e i miei capelli bianchi me li tengo e ci sguazzo e le mie rughe contano più del mio culo che se ne sbatte della gravità) e a piangerci addosso e contarci le botte che ci restano. Pure noi ve le guardiamo le rughe e la pancia in fuori e i muscoli scesi e i capelli, che grigi o bianchi faranno pure glamour, ma dipende da dove vi sono rimasti, e si, che vi piaccia o no ce li ricordiamo gli uccelli che abbiamo incontrato da giovani e, magari, se c’è altro uno non sta lì a soppesare e far confronti, anzi, si innamora proprio di quello, delle differenze, dei difetti, delle debolezze, ma se c’è altro…”
Ora davanti allo specchio, appena uscito dalla doccia Paolo si guardava. E avrebbe voluto venti anni in meno per quella donna che conosceva da venti anni, per quella strega che avrebbe riso con le sue amiche delle sue gambe troppo magre, delle sue maniglie dell’amore, dei peli bianchi sul petto, del culo stretto, delle rughe no, che le sapeva bene, ma magari del suo coso si, che mica gli sembrava fresco e tosto insomma, funzionante si, mai avute defaillances lui, forse un paio di volte, ma da giovane, quella volta del festino col giro di coca, ma in fondo si, niente di che, anche se mai nessuna si era lamentata. Non con lui almeno. Non con lui perché ‘ste stronze si lamentano tra loro, con te sono tutte mmmhhh ahhhh siiiiii e possono fingere quanto vogliono, che Carla ci aveva pure provato a insegnargli come fare a capire se una finge ma siccome poi lei con una donna non c’era stata mai mica lo sapeva di certo se il sistema era affidabile e alla fine lui non era poi così sicuro che lo voleva sapere.
Finì di vestirsi che non sapeva più se era contento o incazzato. Se la amava o la odiava. No questo no. Perché l’amore non c’entrava niente, e quindi neanche l’odio. Non che ne fosse certo ma ci mancava solo che si mettesse adesso a ragionare su questo. Se la voleva ancora o se era meglio continuare la commedia dell’amico. Che poi commedia cosa? Carla era la sua amica davvero e questo era un altro problema non da poco. Perché una scopata, perché quello era, fantastica o meno che sarebbe stata, poteva mandare a puttane tutto e che lui che ne sapeva se sapeva vivere senza Carla e se Carla sapeva vivere senza di lui. Con chi avrebbe parlato la notte in quelle notti senza sonno e senza sogni? Chi gli avrebbe ricordato i compleanni, i numeri di telefono degli amici che lui si perdeva sempre, gli indirizzi, gli orari dei treni?
Prese il portafogli dal comodino affianco al letto e meccanicamente lo aprì per controllare che ci fossero i preservativi. I, non il. Perché quando ti capita se il cielo te la manda mica puoi giocarti l’occasione e star sui conti. E sapeva pure che Carla, “tutto l’amore del mondo ma senza preservativo finchè non sei il mio uomo (e quando è che sei sicura?) e non hai fatto il test e non so’ passati sei mesi e non l’hai rifatto e….” “e madre ma arriverà il giorno che qualcuno ti brucia il cervello e ti fulmina come stai! (e qui in genere si scoppiava a ridere come i bambini quando gli fai il solletico). Lo sapeva, quindi era normale che ci avesse pensato. Come era normale che anche questo non gli piaceva. Che ci aveva pensato perché lo sapeva. Anche questo lo sentiva come un tradimento.
Tradimento. In macchina mentre andava da lei questa parola gli scoppiava nella testa. No, tanto era prepotente che gli usciva a forza dalle labbra, rimbalzava sui vetri, sul cruscotto, sul volante e gli rientrava nelle orecchie, gli bruciava agli occhi, gli pungeva la pelle, gli pizzicava il naso. Ne avevano parlato spesso lui e Carla.  Carla non era gelosa. Non lo era più da un pezzo. Perché lei e tutte quelle menate sulla natura dell’uomo e l’istinto e la filosofia e la psicologia. Lei e la sua sicurezza. Lei e succede. Lei e però se succede a me è diverso perché finché amo io non ci riesco. Però se sto male ci provo, così poi ho una colpa da scontare con me stessa e una scusa per scappare. “Perché io sono gelosa di me, e di quello che sento”. “Io invece ero, sono geloso – e stai sicura non di me, che invece me ne frega altamente, che noi uomini se ci capita una scopata è una scopata e basta, non come voi che ci buttate l’anima - come un siculo della preistoria che invece per colpa del siamo nel duemila, dell’emancipazione, del femminismo, della cultura, della sinistra e di tutte queste cazzate si è ingoiato la bile tutta la vita e continua a farlo, fino a strozzarsi per imparare a soffocare le parole e a fingere di essere quello che non è”. Ma non lo aveva detto neanche a lei. Lo aveva pensato mentre lei parlava, gli stava quasi per scappare certe volte, ma era riuscito a trattenersi. Perché il duemila, l’emancipazione, il femminismo, la cultura, la sinistra, e lui a Carla neanche riusciva a dirlo che per lui non contavano un accidente. Che lui la sua donna che andava con un altro neanche morta se la sarebbe ripresa. E che l’altro, togliersi la soddisfazione di torturarlo brutalmente – ammazzarlo no, per fortuna a questo non ci arrivava – non se lo sarebbe negato manco a fronte di dieci anni di galera, di un plotone di esecuzione o di una vita nella legione straniera. A Carla annuiva in silenzio. Che capisse che era d’accordo. O che intuisse la verità tanto poi contavano i fatti e quindi l’intuito non valeva. Ma quello che gli pesava adesso era il tempo che lei ci aveva messo a dirgli ti voglio bene quando lui d’istinto a lei lo aveva detto la prima volta che l’aveva abbracciata, mentre piangeva per il bastardo di turno e si era sbronzata di brutto da non riuscire neanche a stare in piedi. Ci aveva messo tanto perché per lei un amico resta sempre. Perché per lei ti voglio bene è per sempre. Come un figlio. E come niente altro. E soprattutto perché se quando amava amava incondizionatamente e senza attese quando voleva bene no, sceglieva e sceglieva con la testa. E le attese c’erano, e le delusioni e le mazzate pure. Paolo in quel momento si sentiva una mazzata. Forse non la peggiore, forse magari Carla con lui poteva prenderla con leggerezza per una volta. Ma se lo diceva perché non trovava appigli in quella vasca di vetro in cui si era trovato quando quella molla compressa per anni nella sua testa, nei suoi sensi, era scattata spingendolo a tornare. Costringendolo ad ammettere che forse in fondo se ne era andato anche per questo, per evitare che scattasse.
Arrivò sotto casa di Carla con i soliti dieci minuti di anticipo. Con i soliti dieci minuti di anticipo nei quali di sarebbe girato i pollici sulla panchina alla fermata del bus prima di chiamarla per non rompere perché lei odiava chi le metteva fretta. Eppoi se li sarebbe girati per altri dieci minuti dopo averla chiamata perché tanto come sempre lei sarebbe stata in ritardo.
Invece puntuale alle nove Carla fece capolino dal cancello del parco. Non era sola. Paolo guardava quell’uomo affianco a lei mentre insieme aspettavano di attraversare la strada per andargli incontro maledicendo di non essersi messo gli occhiali. “Sarà suo figlio, non lo vedo da anni, è bello cresciuto, vorrà salutarmi. O il suo collega, avranno finito adesso di lavorare, quello giovane, fresco sposato, innamorato perso della moglie, non lo conosco neanche”. Ma mentre attraversavano si tenevano la mano ed era troppo vecchio per essere suo figlio e anche per essere il suo collega, di dieci anni più giovane di lei. Paolo ricacciò in gola quello che gli restava della sua torturata bile per nascondere in mezzo ai denti di un sorriso di gioia, che in ogni caso l’amicizia e l’affetto gli impedivano di contenere, la rabbia e la sorpresa di quello che gli stava cadendo come un macigno addosso. “Ciao Paolo” Carla lo abbracciò forte, come sempre. “Ti ho tenuto un segreto, perché volevo farti una sorpresa e volevo che per una volta toccassi la mia felicità invece che le mie lacrime. Lui è Giorgio, tra sei mesi ci sposiamo. Ti toccherà tornare ancora”
Un mese dopo Paolo raccoglieva, a telefono, le lacrime di Carla. Giorgio, sua figlia, sua nonna, sua zia, i soldi e il lavoro e l’ansia e la depressione. Ma qualcosa questa volta non suonava. Non suonava come sempre la sua voce. Non lo accarezzava. E non era la sua rabbia no, che quella era passata in niente, mangiando e ridendo insieme quella sera stessa, finendo la serata in spiaggia insieme tutti e tre testa a testa, la sabbia tra i capelli, a guardar le stelle, stonando a turno improbabili miscugli di pezzi di Guccini, degli Squallor, di Bob Dylan e dei Rolling Stones. La abbracciò con le parole, come tutte le altre volte in cui lo aveva fatto. Non le disse niente. Per Carla contavano le parole e i fatti, non le intuizioni. Per Paolo contavano le intuizioni. Erano uno dei pezzi che lui regalava a Carla.
Carla quella volta invece aveva creduto al suo intuito e aveva capito tutto. Giorgio era stato il suo complice. Per evitare un tradimento spegnendolo in un segreto.