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sabato 11 gennaio 2014

Pelle

Bulimica.
Era la prima definizione che mi era saltata in testa quella sera aprendo l’armadio di mia sorella. Avevo freddo e cercavo qualcosa da mettermi addosso per tornare a casa. Ed ero crollata sul suo letto devastata dall’immagine che mi si era presentata davanti. File ordinate di camicie, T-shirt, maglie, maglioni, gonne, pantaloni, tailleurs, giacche, cappotti… uguali tra loro a tre a tre, a quattro a quattro, nelle possibili declinazioni di colore; spesso, se non quasi sempre, ancora imbustati, con tanto di cartellino, neanche a trovarsi in un grande magazzino.
“La bulimia è un disturbo alimentare” eppure non riuscivo a trovare una parola più adatta per definire quella che necessariamente doveva essere una smania compulsiva irrefrenabile, che spingeva Marcella ad acquistare in serie cose di cui non aveva assolutamente ed evidentemente bisogno. O forse c’entrava il fatto che in altro tempo avevo definito anoressia la mia difficoltà, se non incapacità, a cedere ad “incontri tattili”. Ad accettare che le persone invadessero la mia bolla per toccarmi. Anche solo per una carezza, per un rapido sfiorarsi affettivo.
A volte giustificavo il fatto con una specie di “auto gelosia”. Ovviamente delirante. Altre con psicosi telepatiche, del resto mai comprovate.
Di fatto io ero una che si teneva e teneva le persone a distanza. Quasi che concedere un abbraccio, una carezza, un lembo di pelle significasse intrecciare un legame interiore incontrollabile, laddove quello fatto di parole poteva sempre restare nell’assoluto anonimato della razionalità. E restare libero.
Ecco forse era questo quello che temevo di più. Perdere la libertà. Sapevo in ogni respiro della mia pelle che ogni emozione, ogni sentimento, ogni sussurro della mia anima passavano per i miei sensi. Quelli che erano destinati a restare, a legarmi, a fermarmi.
Ero di quelle che si lasciano trafiggere dalle parole, dal dolore, dalla musica delle espressioni, dei volti, delle memorie. Che invadevano la mia mente. Ma non ero disposta a lasciare che quello stesso mondo di cui la mia mente era avida toccasse anche per caso la mia pelle.
Anoressia dei sensi l’avevo chiamata. Ed ora chiamavo bulimia il disperato bisogno di possedere, di contenere, di mia sorella. Io tendevo a rilasciare, lei a prendere. Rilasciare, regalare ogni parte di me che non fosse carne. Parole, pensieri, esperienze, percorsi. E sorrisi. Marcella invece fagocitava cose, nell’assoluto silenzio. Perché lei non parlava mai. A volte urlava, il più delle volte per cose futili. Ma la sua vita e i suoi pensieri restavano un segreto inaccessibile. Come il suo viso da bambina, che era rimasto lo stesso anche a trenta anni. Una bambina senza lacrime. E senza sorriso.

Mi alzai dal letto come ubriaca. Forse avevo bisogno di esserlo. Quello che sapevo è che dovevo andarmene e subito. Dovevo uscire da quella stanza, da quella che un tempo era stata anche la mia stanza. E dovevo uscire da quella casa. Dovevo uscire da quel palazzo, da quella strada, da quella città. Dovevo trovare aria da respirare.
Mi misi in macchina decisa a violentare la mia stanchezza fino alla sfinimento. “Nessun ragionamento Claudia, nessuna illazione, nessuna analisi” mi ripetevo “per favore, non adesso, non stasera, non stanotte”.
Mi fermai alla prima pompa di benzina. Avessi avuto i soldi avrei fatto il pieno e avrei guidato tutta la notte, magari con la musica a palla, cantando anche, a squarciagola, e poi lo avrei rifatto anche, finendo chissà dove, chissà quando. Per poi girare e tornare indietro. Che tanto prima o poi avrei deciso di tornare. Ma con venti euro in tasca non vai così lontano. E allora presi la strada per il mare. E controvoglia, che andare al mare non mi faceva più bene come un tempo.

Avevo amato e amavo mia sorella più dei miei genitori credo. L’avevo sicuramente desiderata più di loro. E aspettata. E lei mi aveva adorato da subito. Ero io che c’ero sempre. Ero io che dormivo con lei. Io le raccontavo le favole, le cantavo la ninna nanna, le tenevo la mano finché non chiudeva gli occhi. Ma ero anche io quella che poi era cresciuta e l’aveva chiusa fuori da un mondo non da bambina. Ed ero ancora io quella che si era rifiutata di vedere che dietro quegli occhi di bambina cresceva una donna. E avevo lasciato che tra di noi si aprisse un abisso.
Aprii il finestrino. Le immagini continuavano a soffocarmi. Immagini e ricordi.
“Come faccio a darti la mano se dormi lassù?” Marcella. Marcella a sei anni, e i suoi occhioni azzurri di cielo pieni di lacrime calde che le scorrevano sul viso pallido, ancora paffuto e liscio come la seta. Il giorno che mio padre aveva deciso che ero troppo grande per dormire ancora con i miei fratelli e che io e Marcella avremmo avuto una stanza tutta nostra, troppo piccola però per due letti. Così aveva portato a casa un letto a castello. “Ci terremo legate con un filo, non piangere”. E le avevo asciugato le lacrime che lei continuava a leccarsi. Le avevo pulito il naso. E le avevo legato un filo al polso legando l’altro capo al mio. Poi l’avevo ingannata. A dodici anni non dormi con un filo attaccato al polso che tutto il mondo ti sembra già una catena. Lo avevo attaccato al letto. Che lei tirando credesse che c’ero io dall’altra parte. Ma che io fossi libera.
Poi erano venuti i ragazzi. Le amiche. Le feste. Ed erano finite le favole, le ninna nanne, il tempo, soprattutto quello.
Ogni tanto le regalavo disegni.
Non sapevo come dirle le cose. Le mie cose erano troppo diverse dalle sue. Lei era una bambina. La ascoltavo distratta. O non la ascoltavo affatto, mentre anche lei cresceva, e cambiava, e parlava sempre di meno. E non piangeva più, non rideva più.
Soprattutto si nascondeva.
Nascondeva le sue cose.
Una volta aprii un suo cassetto per cercare una penna. Era pieno zeppo di penne. Di pastelli, matite, pennarelli, nuovi, usati, rotti, finiti. C’erano anche quelli che non trovavo più, quelli che avevo buttato, quelli che avevo perso. E c’erano i miei disegni e i suoi, quelli che mi portava a vedere e quelli che aveva fatto di nascosto. Anche quelli che aveva ricalcato dai miei perché lei non sapeva disegnare. Quell’anno mio fratello era stato rimandato in disegno ed ero stata io a dargli lezioni. Quando lui diceva io non sarò mai capace di disegnare gli avevo spiegato che non esistono persone che non sanno disegnare, ma solo persone che non vogliono imparare a guardare. A Marcella questo non avevo saputo dirlo. Quando veniva a chiedermi mi spieghi come si disegna un cane le toglievo il foglio e lo facevo per lei. Così aveva smesso di chiedere.
Più avanti quel cassetto si era riempito di bigliettini colorati.
Le amiche. I ragazzi. Le feste.
Ne avevo pescato uno un giorno che mi aveva stupito per la creatività, quella creatività con la quale da un po’ avevo cominciato a pagarmi quello che mio padre riteneva superfluo e che quindi dovevo guadagnarmi da me. Era un invito ad un ragazzo con tanto di punto interrogativo. E c’erano le due caselle, del si e del no, per la risposta. Il si era una casella enorme che prendeva quasi tutto il foglio. Il no era quasi illeggibile. Ci avevo riso di gusto, anzi ero stata addirittura un po’ invidiosa. Che non avessi mai avuto un’idea del genere. E che siccome era sua non potevo più usarla. Me l’aveva presa. Ma neanche per un attimo avevo pensato che quel biglietto potesse dire che ora potevamo tornare a parlare. Forse addirittura la stessa lingua.

Avevo gli occhi pieni di lacrime e i capelli anche, perché il vento me le staccava dal viso prima che potessi provare ad assaggiarle, a leccarle, come faceva lei da bambina, come sicuramente avevo fatto io prima di lei. E pensavo a me adesso, e a Luca.
Pensavo alla voglia che avevo avuto di abbracciarlo forte stasera, mentre parlava, mentre i suoi occhi mi chiedevano di farlo.
Pensavo alle volte che da lui mi ero lasciata abbracciare, anche quando non c’era.
Di più quando non c’era.
Invece stasera mi ero difesa.
Non avevo difeso la sua paura o la sua volontà di difendersi. Avevo difeso me, me e l’amore che avevo dentro che negava a lui più che a chiunque altro di riprendersi spazio dentro di me. A lui che la mia maledetta bolla l’aveva rotta a pugni e calci e che ci era entrato per forza per restarci per sempre.
Pensavo che a casa, in famiglia, nessuno di noi si abbracciava mai. Mai baci, mai carezze. Tra noi fratelli, con i miei. Da piccoli forse. Da piccoli era difficile evitare che mia madre, mio padre ci abbracciassero, ci baciassero. Magari ci provavano. Poi con il tempo avevano smesso. Marcella ed io ci abbracciavamo, ci baciavamo. Non cercavamo di evitarlo. Poi con il tempo avevamo smesso. Anche noi.
Pensavo che adesso avevo voglia di abbracci, o di baci. O di mani. O di sesso. Di qualunque cosa fosse pelle, subito.
Girai la macchina.
Il bar di Enzo era ancora aperto.
Se fossi entrata in lacrime mi avrebbe abbracciato.
Baciato no, non sarebbe mai entrato così a fondo. Mi conosceva bene. Ma mi avrebbe abbracciato. E a me non sarebbe bastato.
Così mi asciugai il viso. Presi dalla borsa quel po’ di trucco di emergenza che portavo con me e mi inventai una maschera accettabile.
Non mi avrebbe abbracciato così. Neanche. Ma mi avrebbe dato qualcosa da bere.
Quando uscii di lì era tardi. Ed ero brilla. Abbastanza da accettare mani a frugarmi la pelle. Abbastanza da accettare che attraverso la pelle non passasse amore. Abbastanza da tradirmi ancora. Chiamai Piero. “Ho voglia, adesso”.

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giovedì 16 febbraio 2012

L'attesa stanca


Le montagne hanno un respiro lento. Lento e diverso. Deve essere l’incredibile peso del tempo e del mondo. Lo stare. Si perché le montagne stanno. Non si muovono. E chi non si muove può solo pensare.
Ho visto la prima volta la neve a undici anni. Dal finestrino di un treno. Sapevo che da lì a poco avrei potuto rotolarmici dentro per ore, per giorni, ma quando sei così giovane nessun sogno, nessun pensiero è bello come la realtà di un incontro e nessun incontro vale l’attesa. Mio padre dovette abusare di tutta la sua autorità per impedirmi di scendere dal treno alla prima stazione per toccare la neve. E subire l’odio rapido eppure profondo di cui solo i bambini sono capaci.
Mi capita oggi di chiedermi se sono mai stata bambina. Certo che si, che lo sono stata. Lo sono spesso anche adesso. O forse lo sono sempre. Pure credo che in qualche modo quell’attesa forzata di qualcosa che entrava, che volevo con tutte le fibre del mio essere, abbia sostanzialmente prodotto una sorta di irreversibile disequilibrio nella mia gestione delle emozioni, dei sentimenti e della ragione, del pensiero. E che da questo derivi in qualche modo il mio stare di oggi. Immobile. Come una montagna. Mentre l’immane flusso di pensieri e sogni e desideri viaggia lontano e fuori da me a muovere gli altri, quelli che mi vivono accanto. Per i quali fermo il treno. Per farli scendere a toccare la neve che io non riesco più a toccare.
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“Oddio ancora! Che altro c’è? Possibile che tu non capisca che non posso passare il giorno a telefono? Ho un milione di cose da fare io!”
Mia figlia. Mia figlia ha sempre da fare. Non ha mai tempo per niente e per nessuno. I miei figli hanno sempre da fare. Tutti hanno sempre da fare.
Avevo giurato a me stessa che diventata vecchia non avrei disturbato nessuno. Che al primo accenno di bisogno, di dipendenza fisica o mentale, mi sarei rinchiusa autonomamente in una casa di riposo per anziani dove avrei trovato le risposte a tutte le mie necessità. La totale, indiscussa e indiscutibile sudditanza che mio marito aveva per anni subito dai suoi genitori e in particolare da sua madre, gravando non poco sugli equilibri della sua e della nostra vita familiare, mi aveva fermamente convinta in questo proposito che avevo annunciato da subito, appena mio marito morì, non prima, che lui non lo avrebbe mai accettato, appena passata la soglia dei cinquant’anni, quasi ad affermare insieme una differenza ed una distanza, che sempre avevo affermato, e a dare valore ad un’idea, prima che l’età fosse tale da farla credere un delirio o un vaneggiamento.
Ero diversa da lui. E non avevo perso occasione di mostrarlo ai miei figli. Non che lui fosse sbagliato e io giusta. E’ qualcosa che ha a che fare con l’amore io credo. Con il modo di viverlo. Per lui l’amore si dimostrava con i fatti. E con la responsabilità. Con l’impegno. Ciò ne ha fatto un figlio devoto e ubbidiente. Un marito presente e fedele. Un padre… Mi chiedo spesso che immagine ne hanno avuto i miei figli. E quanto abbia pesato su questa lo stridente contrasto che la mia immagine invece consegnava loro. Lui era quello che lavorava. Lui era quello che usciva al mattino, tornava a pranzo a pretendere ordine e silenzio, usciva ancora per rientrare a tarda sera spesso in tempo solo per distribuire punizioni piuttosto che baci. Quelle che io non ero capace di dare. Certo c’era. Tutto sommato anche equo e imparziale. E amorevole. Ma quello che loro vivevano e provavano era timore. Odio spesso. Anche per me, al posto mio, quando diventati più grandi diventarono senso le parole, le urla che sovente volavano tra di noi, che li svegliavano al mattino. Che noi ci amassimo non era abbastanza per giustificare che lui mi trattasse come una bambina proprio come trattava loro. Ma probabilmente lo ero e lo sono. Sospesa in un mondo in cui l’amore è dare, regalare, concedere, proteggere, comprendere. Mia figlia non sa quanto mi assomiglia.
Nessuno dei miei figli si è sposato. E’ capitato spesso che io mi sia chiesta perché. Perché nessuno di loro crede in quest’istituzione, la rifuggono quando non apertamente li ripugna. In fondo ci hanno visti tenerci per mano. Ci hanno visti uniti. Nessuna crisi, nessun tradimento, nessun uragano ha attraversato i venticinque anni del nostro matrimonio. Eppure i loro amici che hanno visto deliri, fughe, pianti, ritorni, separazioni, battaglie, avvocati, tribunali, si sposano. E le loro madri si vestono a festa e sono circondate da figli e nipoti adoranti. Le urla. Le urla per le cose più stupide e più banali. A volte mi dico che son state quelle. Quelle che mia figlia mi rinfacciava di subire in silenzio ogni giorno accusandomi di essere più debole di una bambina. Di ubbidire agli ordini. Così come mio marito ubbidiva a quelli dei suoi. E della società. Nessuna volontà, nessun desiderio, nessun sogno che non fosse impegno, convenzione. E il silenzio fuori dalle mura di casa. In realtà per me anche dentro. Lei invece quando urlava i suoi desideri spalancava le finestre e diceva io voglio farmi sentire. Io non sono ipocrita. E non mi importa cosa si pensa fuori da qui, se per gli altri è sbagliato ed è giusto per me.
Dice che non ha tempo. Lei non ha niente da fare. Niente da fare oltre che pensare. E’ sola. E’ sola perché non ha voluto smettere di urlare, non ha voluto scendere a patti, non ha mai voluto piegarsi. Anche nel lavoro. E’ sola ed avrebbe tempo, tutto il tempo del mondo per ascoltarmi. Per ascoltare le cose inutili che riempiono le mie giornate vuote che non so con chi dividere. Da quando mio marito è morto mi faccio sgridare da loro, dai miei figli. Perché spreco oziosamente il mio tempo davanti alla televisione, perché getto via la mia cultura e la mia voglia di fare trascinandomi tra le immagini su uno schermo che propone improbabili vite di improbabili persone. Perché non leggo, non esco, non viaggio, non penso. Perché non cucino. O se lo faccio sembra quasi stia facendo l’ultima delle eroiche imprese di un guerriero in fin di vita. Perché non mi vesto, non mi pettino, non mi trucco. Perché non vado dal medico. Finché non mi ci portano loro. Come avevo giurato non sarebbe accaduto mai. A loro ci penso. Per loro mi preoccupo. Ma è vero, dura poco. Il tempo della pubblicità. Poi riprende il telefilm, la soap opera, la sit-com e i pensieri si fermano. E smettono di fare male.
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“Oddio ancora! Che altro c’è? Possibile che tu non capisca che non posso passare il giorno a telefono? Ho un milione di cose da fare io!”
Ancora mia madre. Un tormento. A volte mi dispiace trattarla così. Specie perché la trattiamo tutti così e lo so. Potrei fare come faccio a volte con le persone noiose e ripetitive, che in salsa diversa ti servono – perché si servono, senza mai cambiare, senza mai imparare, senza mai riflettere – sempre lo stesso delirio, sempre lo stesso lamento: potrei, non senza insieme una vena di sadico compiacimento e un vago senso di colpa da insensibile indifferente, poggiare la cornetta sul tavolo e lasciarla parlare, magari in viva voce, in modo da mugugnarle in risposta ogni tanto un si, mmmhhh, ah, beh. Il punto è che lei ha in più una voce e un tono incalzante. Da insegnante. Che era insegnante. E in realtà lei non si lamenta, né racconta sempre la stessa storia, anche se a volte la memoria la inganna e finisce per ripetersi, ma ne racconta cento, tutte insieme, spesso mischiate, o senza capo né coda, che magari ce l’hanno ma in conversazioni rimaste soliloqui o fatte con qualcun altro che pure non ascoltava, e nessuna sua, nessuna che parli di lei o almeno di cose che contano, di persone che contano. Ok, non è proprio così. A volte in mezzo a milioni di parole inutili qualcosa che bisognerebbe sapere c’è, che cerca di dirci, di comunicarci, a volte di chiederci. Pecca di sintesi. E non ha rispetto del tempo. Forse è questo che ci manda in paranoia. O il fatto che in fondo sappiamo che è solo un modo per non stare da sola, per non sentirsi sola. E ci fa male. Molto in fondo. Il punto è che ci fanno male molte cose. Mi fanno male almeno. Mi fa male che a cinquant’anni mia madre abbia chiuso gli occhi alla vita insieme a mio padre che dalla vita ha dovuto andarsene. Mi fa male che li abbia chiusi anche prima, per essere la (sempre imperfetta per lui) brava moglie e madre di famiglia. Che per farlo abbia lasciato la scuola. Che abbia ingoiato veleno e parole scambiandole con dedizione ed amore. Mi fa male che cultura, vivacità, capacità critiche, conoscenza, esperienza, consapevolezza storica siano finite in una gabbia di moralità borghesi e convenzioni prima e nelle tele viziose dell’anticultura televisiva poi. Perché mamma non esiste più. Esiste una sequenza di orari programmati nei quali e per i quali trascina la vita da una storia ad un’altra. Fuori dal mondo e da lei. Si lamenta che non la ascoltiamo. Poi quando andiamo da lei non possiamo parlare, che altrimenti non riesce a seguire i “suoi” programmi. In tv. E mi fa rabbia che so che c’è, da qualche parte. Quando riesco a costringerla a leggere un libro e le vedo l’emozione negli occhi. Il fuoco di quello che era. Quando a forza la portano fuori di casa per un buon film, per uno spettacolo, per una mostra. E per qualche giorno si ricorda di lei.
Mi fa male che a volte mi guardo. Mi guardo nel tempo della mia vita che passa. Io ho scelto di non ubbidire. Io ho scelto di non rinunciare. Eppure tra le mani ho meno di niente. Ho meno di lei. E tutto il mio cercare, il mio correre, il mio volere, il mio non fermarmi non mi ha portato in nessun posto. Mi ha portato qui. Dove immobile lentamente osservo. E regalo, comprendo, proteggo, ascolto.
Mia madre avrebbe voluto scendere dal treno a toccare la neve con me. Io lo so. Ma ha ubbidito, in silenzio, e non l’ha fatto. Io ho fatto scendere dal treno mio figlio a farlo. Prima che lo chiedesse. E abbiamo rischiato di non riuscire a riprenderlo. Io resto in mezzo. Un urlo, un silenzio, un’attesa, un regalo. Arrivato troppo tardi.


http://www.lavalledeitempli.net/2011/09/24/lattesa-stanca-di-cinzia-craus/


sabato 28 gennaio 2012

Punto

Sono passati quattro anni. Ma potrebbero esserne passati dieci o cento o nessuno. Il tempo ha poco senso ormai.
Se mia madre mi sentisse pronunciare questa frase potrebbe supporre che i danni che ho subito prima che si facesse luce su quello che mi stava accadendo non siano poi così poco significativi. O che sto male di nuovo. O che stavolta sono impazzita davvero. E non solo lei credo. Credo lo penserebbero in tanti. Quelli che hanno lavorato con me, che hanno studiato con me, che hanno diviso con me tanti momenti della mia vita di prima. Io correvo sempre. Non avevo mai tempo perché lo usavo tutto. Ritenevo e predicavo che sprecare il tempo fosse il più infimo dei reati.
Anche oggi lo faccio. Intendo lo uso. Forse più di prima. Nel senso che me lo prendo tutto. Anche quello che non c’è. Solo che oggi è il mio tempo. Il tempo del mondo è un binario che incontro, sul quale talvolta, inevitabilmente mi muovo. A quale talvolta non senza rabbia soccombo. Come soccombo al tempo che talvolta il mio corpo fisico mi chiede, mi impone. Ed è strano. E’ strano perché è proprio al mio corpo, alla mia “fisicità” che sento di regalare tutto il tempo che rubo.
“Dobbiamo trattenerla”.
“Dovete trattenermi? Sono due ore che aspetto su questa barella che qualcuno venga per farmi firmare il solito foglio, senza contare le ore di attesa al Pronto Soccorso, e adesso lei si presenta qui a dirmi che dovete trattenermi? Sto bene, la vostra magica miscela ha fatto effetto, finalmente il dolore è passato e io ho tre giorni di inferno da recuperare”.
Erano due anni che andava avanti così. Ero stremata ma abituata. Stremata dalla frequenza devastante degli attacchi ma rassegnata a conviverci. Ed abituata. Abituata al percorso. Tre giorni ogni quindici di emicrania lancinante con crisi di vomito senza soluzione di continuità. Tre giorni di passione senza cibo, senza sonno, senza tregua. Nei quali sperimentavano su un cadavere incapace di urlare tutti i tipi di farmaci concessi. In tutte le forme. Finché quel cadavere non riusciva a lacrimare e a biascicare qualcosa che più o meno voleva dire ospedale. Lì, salvo le immancabili code, e il tempo per gli accertamenti di rito, con una santa flebo di diosacosa, in meno di un’ora mi rimettevano in piedi. Beh in piedi è una parola grossa. In piedi mi ci mettevo io di forza per recuperare il tempo perduto. Anche barcollando. Che cosa c’era stavolta di diverso? Stavo già maledicendo l’insana idea che mi era venuta quella notte di farmi portare al Pronto Soccorso più vicino, dove non mi conoscevano ancora.
“Vede signora abbiamo necessità di fare ulteriori controlli. Non è necessario che lei si preoccupi oltre il dovuto, ma se mi concede un attimo le spiego come stanno le cose”.
Aveva l’aria insolitamente buona e si muoveva e parlava senza la fretta tipica cui mi ero assuefatta nel tempo, smettendo anche di chiedere spiegazioni. Pensai che era stanco. O che stava dormendo e lo avevano svegliato e magari visto che gli avevano e gli avevo disturbato il sonno, a lui, al primario di neurochirurgia che chissà per quale maledizione, o benedizione, quella notte scontava un turno, tanto valeva che si desse da fare. Magari punendomi. Spinse lentamente la barella sotto un  neon perché anche io potessi vedere l’immagine. Tirò fuori una lastra da una grossa busta sgualcita e si aggiustò gli occhiali sul naso. “Vede questo piccolo punto nero qui, nella sua testa? Ce ne sono almeno altri tre, più piccoli; so che è difficile leggere questa robaccia, ma se si impegna riesce a distinguerli”. Lo guardavo inebetita. O forse erano i farmaci. Che accidente mi voleva dire? Avevo fatto almeno cinquanta tac negli ultimi due anni e ora lui se ne usciva con un puntino! “Lei ha avuto un TIA. Almeno uno, adesso”. “Un piccolo infarto al cervello” spiegò per mia madre, che alla parola infarto stava per averlo lei e per spiegarle poi quello che voleva dire poco ci mancò che non ne avessi un altro. Di TIA intendo. Attacco ischemico temporaneo. Un piccolo black out delle funzioni cerebrali. Non tutte credo, per fortuna. “Vado a casa lo stesso. Farò tutto quello che mi indicherà di fare e tutti gli accertamenti necessari, ma non qui e non ora. Adesso ho da fare.”
Ovviamente li feci. Gli accertamenti. Ovviamente costretta. Anche se, ammetto, un po’ di strizza mi era venuta. E insieme alla strizza ci guadagnai la rabbia. Perché è un tipo di cose per le quali non c’è spiegazione. Non in un soggetto giovane e sano. Questo dicevano concordemente radiologi e neurochirurghi. Che in più escludevano un nesso tra i TIA e le emicranie, tra i TIA e certi ammanchi di memoria che io lamentavo, tra i TIA e qualunque cosa potessi cercare di ricordare per aiutarli ad aiutarmi. Un puntino. Un puntino.
Una sera a cena con amici uno di loro che sapeva la storia mi prese in giro su questa cosa del punto, non ricordo neanche come. Qualcosa a proposito della mia abitudine di chiudere un’asserzione di cui sono convinta aggiungendo punto. Tra loro c’era un cardiologo. Due giorni dopo mi chiamò a casa. “Domani mattina vieni in ospedale da me. So che cosa hai.”
Ero stanca. Stanca di fare indagini, stanca di entrare e uscire da ambulatori, cliniche, ospedali. Ma Lucio fu irremovibile e perentorio. “Lo vedi questo puntino?” Dio! Ancora un puntino? Lucio stava esaminando il mio cuore. E io stavo pensando che probabilmente tutti come me hanno un odioso puntino nero ondeggiante sulla retina e che volevano per forza sgravarsene attribuendolo a me. Al mio cervello prima e al mio cuore adesso. “Compensa” disse. Compensare significa produrre all’interno una pressione che bilanci le variazioni di pressione esterne. Lo si fa per “sturarsi” le orecchie quando si passa rapidamente da una quota altimetrica ad un’altra. Lo si fa quando si va sott’acqua. E io che facevo immersioni da anni lo sapevo fin troppo bene. Attraverso il buchino passò un lampo veloce di luce blu. “E’ sangue venoso. C’è un buchino nel tuo cuore che lo lascia andare al cervello. Insieme ai residui che trasporta. E i vasi sottili di quelle aree si intasano, provocando piccoli infarti. Devo operarti”. Devo che? No, ovviamente non ci sono parole. “E’ un’operazione di routine, che facciamo sui bambini, una sciocchezza, niente di cui preoccuparsi”. No, niente di cui preoccuparsi. Tanto è il mio cuore. Tanto è lui che batte ossessivamente da quando sono nata portando avanti nel tempo del mondo questa robetta che è il mio corpo e la mia testa e i miei pensieri e i miei sogni e le mie emozioni e la mia vita. Tanto siete voi che vi infilerete lì dentro e che ci metterete le mani. Non io. Che non saprei come fare ma che accidenti è il mio cuore maledizione starei ben attenta! Certo devo saperlo che lo tratterete con cura ma… insomma quanti metaforicamente mi avranno messo le mani sul cuore? Quanti metaforicamente me lo hanno sbranato, schiacciato, infilzato, cucito, rattoppato, accarezzato? E se è una cosa da niente perché siete tutti qui, amici, parenti, mamma che piange, Lucio che sorride, fuori questa sala operatoria che chi diavolo mi ci ha portato?
Un ombrellino al titanio ha cancellato il puntino. Quello nel cuore. Per quelli nel cervello non c’è molto da fare, resteranno lì.
Sono un’ipocondriaca. Forse dipende dal fatto che ho sempre sentito, da bambina, che non sarei rimasta molto su questo mondo. Forse anche per questo ho sempre rincorso affannosamente il tempo. Ogni volta che dovevo per qualche motivo sottopormi ad un piccolo intervento o più banalmente fare un viaggio in aereo, che poi sono razionalmente consapevole che è statisticamente il mezzo più sicuro, facevo, no faccio, testamento, morale che altro non ho, per coloro che amo. Questa volta non ci ero riuscita. Non ne avevo avuto la forza. Quando mi sono svegliata davanti agli occhi ho visto tutte le volte che per un puntino avrei potuto non svegliarmi più. Per scendere in fondo al mare. Per caricarmi sulle spalle il televisore o la libreria da montare. Per far giocare i bambini a vola vola vola. E ho visto qualcos’altro. Ho visto il tempo. Ho visto tutto il tempo che non stavo vivendo da tanto, tantissimo tempo. Ho visto le corse e gli affanni; le rincorse. E ho visto occhi chiusi e mani chiuse e silenzio. E io non ero da nessuna parte. Il necessario. Il dovere. Le responsabilità. C’era tutto. Io non c’ero più.
Quando sei impegnato a vivere si dimenticano un sacco di cose. Soprattutto si dimentica di mettere dei punti. Si intrecciano fili, linee, percorsi e ci si dimentica perché. Ogni tanto mi scoprivo a contare. Contavo le cose. Le cose che facevo, i passi che facevo, persino i piatti che lavavo. E qualcosa nella mia testa voleva anche che fossero sempre pari. Fatte un numero pari di volte. Anche le cose irripetibili. Una specie di continuum forzato, credo. Ancora mi capita di contare le cose. Ma ci rido. Come rido quando sento parlare dell’importanza di vivere l’attimo, di non sprecarlo, di non perderlo. Nel mio tempo di oggi ogni attimo è infinito. E c’è un sacco di tempo per fermarsi e mettere punti. I punti sono importanti.

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domenica 30 ottobre 2011

Cianuro

Paolo l’aveva corteggiata per anni. Mai in modo esplicito o diretto, ma in quel modo vago e sottile insieme e silenzioso che gli sembrava adatto a giustificarsi dei suoi fallimenti. Perché lei era una che non dava peso ai doppi sensi, ai silenzi, ai significati nascosti, al non detto. Glielo aveva detto mille volte: “Per me quel che conta sono le parole e i fatti, niente altro; io non penso, non rimugino, non sogno, non guardo dietro”. E l’illusione che in realtà lei capisse molto più di ciò che lasciava ad intendere preferiva evitarla, che gli sembrava un tradimento. Si perché Carla era la sua amica, la sua amica di sempre, o forse lui, Paolo, era il suo amico di sempre, di lei, il suo confidente; ma anche il suo pezzo mancante, era proprio lei a dirgli così, o meglio i suoi pezzi mancanti, pezzi di uomo, pezzi di donna, di sensibilità che sentiva di aver perso o di non avere mai avuto. E gli seccava parecchio anche quel verbo che gli era venuto in mente invitandola a cena quella sera che era tornato in città dopo tanto tempo (quanto tempo era che non si guardavano negli occhi, che non sentiva il suo odore, che non asciugava le sue lacrime, che non si scambiavano gli accendini finendo a fingere di litigare, che non le lasciava la sua birra perché lei la finiva sempre prima?): corteggiare… non si può corteggiare un’amica, anche questo è un tradimento e sa di falso e meschino, respirare i suoi respiri, abbracciarla, stringerle le mani, crollare addormentati insieme su un divano dopo una nottata da balordi a bere e a fumare e a farsi male e bene insieme, o stringersi in un sacco a pelo nella casa di montagna perché nessuno ci è già stato prima e nessuno si è accorto che la caldaia è andata e i materassi sono tutti muffa per colpa di un’infiltrazione. Non puoi ascoltarle le sue storie e i sogni e i desideri e i viaggi e leggerle sul viso l’amore per un altro e intanto volere che sia tua, desiderarla, sceglierla. E’ da bastardi. E Paolo si sentiva il peggiore dei bastardi mentre dalla valigia sceglieva la camicia che meglio aveva retto al viaggio, tirava fuori il profumo, cercava in mezzo a quel casino che era il suo modo assurdo di fare i bagagli (lei ci aveva fatto ricami di ogni genere su questo luogo comune di “voi maschietti”) i boxer nuovi che aveva comprato giusto due giorni prima di partire, due giorni prima per avere il tempo di lavarli e asciugarli al sole, che fossero nuovi ma che apparissero usati, che non fosse scontato che se poi, se poi insomma glieli avesse visti addosso, fossero una cosa premeditata. Ma lo erano. Come evidentemente lo era tutto quello che stava facendo. Come sarebbe stato premeditato agli occhi di lei tutto il percorso che in quegli anni avevano fatto insieme. Tutte quelle accidenti di serate e notti a telefono a parlare di sesso, e le domande, e ogni risposta catalogata e registrata. Paolo sapeva tutto quello che poteva fare e quello che non avrebbe mai dovuto fare. Anzi, sapeva che non c’era niente che non poteva fare, a dire il vero. Sapeva quante notti su certe cose che gli raccontava non ci aveva dormito o, peggio, vigliaccamente ci aveva acceso e consumato il suo desiderio. A volte addirittura mentre parlavano, lasciandosi accarezzare dalla sua voce, che diventava mani e labbra e lingua e pelle. Sapeva tutto quello che le piaceva, che la faceva impazzire, quello che nessuno sapeva mai e ci metteva mesi per arrivarci e magari ci arrivava quando ormai lei era già stanca e pronta ad andare via. Perché poi sapeva anche questo. Che era una che amava senza limiti ma che tanto era lenta e difficile ad accendersi tanto era facile, fulminea a spegnersi. Detto così magari suona male, anche se lei non si faceva problemi a dichiararsi incostante. Soprattutto perché i fatti non le davano ragione. Gli stessi fatti che per lei erano l’unica verità in cui credere. E i fatti erano che aveva avuto solo lunghe storie o lunghi amori e tutta la volontà e l’energia  per farli sopravvivere. Finché poteva. Finché non esplodeva. Come una bomba ad orologeria di cui nessuno aveva sentito il ticchettio per mesi, anni, nessuno lo aveva ascoltato. Si perché era questo quello che la scazzava di più, che nessuno era capace di ascoltarla. Quando non parlava.
Lui invece no, lui l’ascoltava sempre. Non era facile a volte, ma si sforzava di ricordarsi tutto, anche quello che gli faceva male, anche quello che non gli piaceva. E ce ne erano di cose che non gli piacevano. Perché Carla con la sua schiettezza, la sua intelligenza, la sua cultura, la sua curiosità era quel tipo di donna che gli uomini temono, quel tipo di donna da cui gli uomini scappano. E lei li guardava scappare senza mai una parola di biasimo, pronta a comprenderli, a giustificarli, a trovare un modo per continuare ad amarli. Già questo non gli piaceva, perché lo faceva sentire più piccolo, più fragile, più povero.  Ma ancora peggio era quando la sua franchezza con naturale assoluta disinvoltura diventava cinismo, almeno ai suoi occhi, e gli apriva una finestra sul mondo delle donne, della loro sessualità, delle loro confidenze, dei loro commenti, così maledettamente simili a quelli degli uomini - che invece è un luogo comune e insieme una leggenda metropolitana - che si raccontano tante cose e tanti particolari quanti se ne raccontano loro. Stronze! Non gli veniva in mente altro quando lei parlava delle continue defaillances di Luca con la sua amica Sara, di Chiara che con Marco veniva solo una volta all’anno e che preferiva farsi da sola, di Marcella che di ogni uomo che cambiava gli prendeva le misure all’uccello, lunghezza e diametro, e che era la prima domanda che le faceva quando cominciava una storia nuova e ne diceva di tutti i colori sugli attributi degli uomini passata una certa età, che finivano per sembrare quella specie di caciocavalli, vattelapescacomesichiamano, messi ad asciugare e dimenticati al caldo che mezzi si avvizziscono mezzi si appendono prendendo le forme più strane. Marcella, vaffanculo! Quaranta anni suonati e un culo sui talloni da quando è nata, cellulite da farci il lesso una meraviglia e tette a scomparsa nel senso che a furia di far diete c’era rimasto ormai solo l’involucro appassito. E Carla la sosteneva: “Mica invecchiamo solo noi Paolo! State a filarvi le ventenni che vi insaccano con le loro chiappe toste e spesso e volentieri con tette già rifatte, e noi lì a guardarci e contarci rughe e capelli bianchi (meno male che io non me ne sono mai fregata un cazzo – ed era vero, forse solo qualche volte Carla cadeva in questa trappola bastarda che invece stringe la gola a tante, e succedeva solo quando cominciava ad aver paura, paura di amare davvero, o peggio di essere amata davvero – e i miei capelli bianchi me li tengo e ci sguazzo e le mie rughe contano più del mio culo che se ne sbatte della gravità) e a piangerci addosso e contarci le botte che ci restano. Pure noi ve le guardiamo le rughe e la pancia in fuori e i muscoli scesi e i capelli, che grigi o bianchi faranno pure glamour, ma dipende da dove vi sono rimasti, e si, che vi piaccia o no ce li ricordiamo gli uccelli che abbiamo incontrato da giovani e, magari, se c’è altro uno non sta lì a soppesare e far confronti, anzi, si innamora proprio di quello, delle differenze, dei difetti, delle debolezze, ma se c’è altro…”
Ora davanti allo specchio, appena uscito dalla doccia Paolo si guardava. E avrebbe voluto venti anni in meno per quella donna che conosceva da venti anni, per quella strega che avrebbe riso con le sue amiche delle sue gambe troppo magre, delle sue maniglie dell’amore, dei peli bianchi sul petto, del culo stretto, delle rughe no, che le sapeva bene, ma magari del suo coso si, che mica gli sembrava fresco e tosto insomma, funzionante si, mai avute defaillances lui, forse un paio di volte, ma da giovane, quella volta del festino col giro di coca, ma in fondo si, niente di che, anche se mai nessuna si era lamentata. Non con lui almeno. Non con lui perché ‘ste stronze si lamentano tra loro, con te sono tutte mmmhhh ahhhh siiiiii e possono fingere quanto vogliono, che Carla ci aveva pure provato a insegnargli come fare a capire se una finge ma siccome poi lei con una donna non c’era stata mai mica lo sapeva di certo se il sistema era affidabile e alla fine lui non era poi così sicuro che lo voleva sapere.
Finì di vestirsi che non sapeva più se era contento o incazzato. Se la amava o la odiava. No questo no. Perché l’amore non c’entrava niente, e quindi neanche l’odio. Non che ne fosse certo ma ci mancava solo che si mettesse adesso a ragionare su questo. Se la voleva ancora o se era meglio continuare la commedia dell’amico. Che poi commedia cosa? Carla era la sua amica davvero e questo era un altro problema non da poco. Perché una scopata, perché quello era, fantastica o meno che sarebbe stata, poteva mandare a puttane tutto e che lui che ne sapeva se sapeva vivere senza Carla e se Carla sapeva vivere senza di lui. Con chi avrebbe parlato la notte in quelle notti senza sonno e senza sogni? Chi gli avrebbe ricordato i compleanni, i numeri di telefono degli amici che lui si perdeva sempre, gli indirizzi, gli orari dei treni?
Prese il portafogli dal comodino affianco al letto e meccanicamente lo aprì per controllare che ci fossero i preservativi. I, non il. Perché quando ti capita se il cielo te la manda mica puoi giocarti l’occasione e star sui conti. E sapeva pure che Carla, “tutto l’amore del mondo ma senza preservativo finchè non sei il mio uomo (e quando è che sei sicura?) e non hai fatto il test e non so’ passati sei mesi e non l’hai rifatto e….” “e madre ma arriverà il giorno che qualcuno ti brucia il cervello e ti fulmina come stai! (e qui in genere si scoppiava a ridere come i bambini quando gli fai il solletico). Lo sapeva, quindi era normale che ci avesse pensato. Come era normale che anche questo non gli piaceva. Che ci aveva pensato perché lo sapeva. Anche questo lo sentiva come un tradimento.
Tradimento. In macchina mentre andava da lei questa parola gli scoppiava nella testa. No, tanto era prepotente che gli usciva a forza dalle labbra, rimbalzava sui vetri, sul cruscotto, sul volante e gli rientrava nelle orecchie, gli bruciava agli occhi, gli pungeva la pelle, gli pizzicava il naso. Ne avevano parlato spesso lui e Carla.  Carla non era gelosa. Non lo era più da un pezzo. Perché lei e tutte quelle menate sulla natura dell’uomo e l’istinto e la filosofia e la psicologia. Lei e la sua sicurezza. Lei e succede. Lei e però se succede a me è diverso perché finché amo io non ci riesco. Però se sto male ci provo, così poi ho una colpa da scontare con me stessa e una scusa per scappare. “Perché io sono gelosa di me, e di quello che sento”. “Io invece ero, sono geloso – e stai sicura non di me, che invece me ne frega altamente, che noi uomini se ci capita una scopata è una scopata e basta, non come voi che ci buttate l’anima - come un siculo della preistoria che invece per colpa del siamo nel duemila, dell’emancipazione, del femminismo, della cultura, della sinistra e di tutte queste cazzate si è ingoiato la bile tutta la vita e continua a farlo, fino a strozzarsi per imparare a soffocare le parole e a fingere di essere quello che non è”. Ma non lo aveva detto neanche a lei. Lo aveva pensato mentre lei parlava, gli stava quasi per scappare certe volte, ma era riuscito a trattenersi. Perché il duemila, l’emancipazione, il femminismo, la cultura, la sinistra, e lui a Carla neanche riusciva a dirlo che per lui non contavano un accidente. Che lui la sua donna che andava con un altro neanche morta se la sarebbe ripresa. E che l’altro, togliersi la soddisfazione di torturarlo brutalmente – ammazzarlo no, per fortuna a questo non ci arrivava – non se lo sarebbe negato manco a fronte di dieci anni di galera, di un plotone di esecuzione o di una vita nella legione straniera. A Carla annuiva in silenzio. Che capisse che era d’accordo. O che intuisse la verità tanto poi contavano i fatti e quindi l’intuito non valeva. Ma quello che gli pesava adesso era il tempo che lei ci aveva messo a dirgli ti voglio bene quando lui d’istinto a lei lo aveva detto la prima volta che l’aveva abbracciata, mentre piangeva per il bastardo di turno e si era sbronzata di brutto da non riuscire neanche a stare in piedi. Ci aveva messo tanto perché per lei un amico resta sempre. Perché per lei ti voglio bene è per sempre. Come un figlio. E come niente altro. E soprattutto perché se quando amava amava incondizionatamente e senza attese quando voleva bene no, sceglieva e sceglieva con la testa. E le attese c’erano, e le delusioni e le mazzate pure. Paolo in quel momento si sentiva una mazzata. Forse non la peggiore, forse magari Carla con lui poteva prenderla con leggerezza per una volta. Ma se lo diceva perché non trovava appigli in quella vasca di vetro in cui si era trovato quando quella molla compressa per anni nella sua testa, nei suoi sensi, era scattata spingendolo a tornare. Costringendolo ad ammettere che forse in fondo se ne era andato anche per questo, per evitare che scattasse.
Arrivò sotto casa di Carla con i soliti dieci minuti di anticipo. Con i soliti dieci minuti di anticipo nei quali di sarebbe girato i pollici sulla panchina alla fermata del bus prima di chiamarla per non rompere perché lei odiava chi le metteva fretta. Eppoi se li sarebbe girati per altri dieci minuti dopo averla chiamata perché tanto come sempre lei sarebbe stata in ritardo.
Invece puntuale alle nove Carla fece capolino dal cancello del parco. Non era sola. Paolo guardava quell’uomo affianco a lei mentre insieme aspettavano di attraversare la strada per andargli incontro maledicendo di non essersi messo gli occhiali. “Sarà suo figlio, non lo vedo da anni, è bello cresciuto, vorrà salutarmi. O il suo collega, avranno finito adesso di lavorare, quello giovane, fresco sposato, innamorato perso della moglie, non lo conosco neanche”. Ma mentre attraversavano si tenevano la mano ed era troppo vecchio per essere suo figlio e anche per essere il suo collega, di dieci anni più giovane di lei. Paolo ricacciò in gola quello che gli restava della sua torturata bile per nascondere in mezzo ai denti di un sorriso di gioia, che in ogni caso l’amicizia e l’affetto gli impedivano di contenere, la rabbia e la sorpresa di quello che gli stava cadendo come un macigno addosso. “Ciao Paolo” Carla lo abbracciò forte, come sempre. “Ti ho tenuto un segreto, perché volevo farti una sorpresa e volevo che per una volta toccassi la mia felicità invece che le mie lacrime. Lui è Giorgio, tra sei mesi ci sposiamo. Ti toccherà tornare ancora”
Un mese dopo Paolo raccoglieva, a telefono, le lacrime di Carla. Giorgio, sua figlia, sua nonna, sua zia, i soldi e il lavoro e l’ansia e la depressione. Ma qualcosa questa volta non suonava. Non suonava come sempre la sua voce. Non lo accarezzava. E non era la sua rabbia no, che quella era passata in niente, mangiando e ridendo insieme quella sera stessa, finendo la serata in spiaggia insieme tutti e tre testa a testa, la sabbia tra i capelli, a guardar le stelle, stonando a turno improbabili miscugli di pezzi di Guccini, degli Squallor, di Bob Dylan e dei Rolling Stones. La abbracciò con le parole, come tutte le altre volte in cui lo aveva fatto. Non le disse niente. Per Carla contavano le parole e i fatti, non le intuizioni. Per Paolo contavano le intuizioni. Erano uno dei pezzi che lui regalava a Carla.
Carla quella volta invece aveva creduto al suo intuito e aveva capito tutto. Giorgio era stato il suo complice. Per evitare un tradimento spegnendolo in un segreto.