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sabato 11 gennaio 2014

Pelle

Bulimica.
Era la prima definizione che mi era saltata in testa quella sera aprendo l’armadio di mia sorella. Avevo freddo e cercavo qualcosa da mettermi addosso per tornare a casa. Ed ero crollata sul suo letto devastata dall’immagine che mi si era presentata davanti. File ordinate di camicie, T-shirt, maglie, maglioni, gonne, pantaloni, tailleurs, giacche, cappotti… uguali tra loro a tre a tre, a quattro a quattro, nelle possibili declinazioni di colore; spesso, se non quasi sempre, ancora imbustati, con tanto di cartellino, neanche a trovarsi in un grande magazzino.
“La bulimia è un disturbo alimentare” eppure non riuscivo a trovare una parola più adatta per definire quella che necessariamente doveva essere una smania compulsiva irrefrenabile, che spingeva Marcella ad acquistare in serie cose di cui non aveva assolutamente ed evidentemente bisogno. O forse c’entrava il fatto che in altro tempo avevo definito anoressia la mia difficoltà, se non incapacità, a cedere ad “incontri tattili”. Ad accettare che le persone invadessero la mia bolla per toccarmi. Anche solo per una carezza, per un rapido sfiorarsi affettivo.
A volte giustificavo il fatto con una specie di “auto gelosia”. Ovviamente delirante. Altre con psicosi telepatiche, del resto mai comprovate.
Di fatto io ero una che si teneva e teneva le persone a distanza. Quasi che concedere un abbraccio, una carezza, un lembo di pelle significasse intrecciare un legame interiore incontrollabile, laddove quello fatto di parole poteva sempre restare nell’assoluto anonimato della razionalità. E restare libero.
Ecco forse era questo quello che temevo di più. Perdere la libertà. Sapevo in ogni respiro della mia pelle che ogni emozione, ogni sentimento, ogni sussurro della mia anima passavano per i miei sensi. Quelli che erano destinati a restare, a legarmi, a fermarmi.
Ero di quelle che si lasciano trafiggere dalle parole, dal dolore, dalla musica delle espressioni, dei volti, delle memorie. Che invadevano la mia mente. Ma non ero disposta a lasciare che quello stesso mondo di cui la mia mente era avida toccasse anche per caso la mia pelle.
Anoressia dei sensi l’avevo chiamata. Ed ora chiamavo bulimia il disperato bisogno di possedere, di contenere, di mia sorella. Io tendevo a rilasciare, lei a prendere. Rilasciare, regalare ogni parte di me che non fosse carne. Parole, pensieri, esperienze, percorsi. E sorrisi. Marcella invece fagocitava cose, nell’assoluto silenzio. Perché lei non parlava mai. A volte urlava, il più delle volte per cose futili. Ma la sua vita e i suoi pensieri restavano un segreto inaccessibile. Come il suo viso da bambina, che era rimasto lo stesso anche a trenta anni. Una bambina senza lacrime. E senza sorriso.

Mi alzai dal letto come ubriaca. Forse avevo bisogno di esserlo. Quello che sapevo è che dovevo andarmene e subito. Dovevo uscire da quella stanza, da quella che un tempo era stata anche la mia stanza. E dovevo uscire da quella casa. Dovevo uscire da quel palazzo, da quella strada, da quella città. Dovevo trovare aria da respirare.
Mi misi in macchina decisa a violentare la mia stanchezza fino alla sfinimento. “Nessun ragionamento Claudia, nessuna illazione, nessuna analisi” mi ripetevo “per favore, non adesso, non stasera, non stanotte”.
Mi fermai alla prima pompa di benzina. Avessi avuto i soldi avrei fatto il pieno e avrei guidato tutta la notte, magari con la musica a palla, cantando anche, a squarciagola, e poi lo avrei rifatto anche, finendo chissà dove, chissà quando. Per poi girare e tornare indietro. Che tanto prima o poi avrei deciso di tornare. Ma con venti euro in tasca non vai così lontano. E allora presi la strada per il mare. E controvoglia, che andare al mare non mi faceva più bene come un tempo.

Avevo amato e amavo mia sorella più dei miei genitori credo. L’avevo sicuramente desiderata più di loro. E aspettata. E lei mi aveva adorato da subito. Ero io che c’ero sempre. Ero io che dormivo con lei. Io le raccontavo le favole, le cantavo la ninna nanna, le tenevo la mano finché non chiudeva gli occhi. Ma ero anche io quella che poi era cresciuta e l’aveva chiusa fuori da un mondo non da bambina. Ed ero ancora io quella che si era rifiutata di vedere che dietro quegli occhi di bambina cresceva una donna. E avevo lasciato che tra di noi si aprisse un abisso.
Aprii il finestrino. Le immagini continuavano a soffocarmi. Immagini e ricordi.
“Come faccio a darti la mano se dormi lassù?” Marcella. Marcella a sei anni, e i suoi occhioni azzurri di cielo pieni di lacrime calde che le scorrevano sul viso pallido, ancora paffuto e liscio come la seta. Il giorno che mio padre aveva deciso che ero troppo grande per dormire ancora con i miei fratelli e che io e Marcella avremmo avuto una stanza tutta nostra, troppo piccola però per due letti. Così aveva portato a casa un letto a castello. “Ci terremo legate con un filo, non piangere”. E le avevo asciugato le lacrime che lei continuava a leccarsi. Le avevo pulito il naso. E le avevo legato un filo al polso legando l’altro capo al mio. Poi l’avevo ingannata. A dodici anni non dormi con un filo attaccato al polso che tutto il mondo ti sembra già una catena. Lo avevo attaccato al letto. Che lei tirando credesse che c’ero io dall’altra parte. Ma che io fossi libera.
Poi erano venuti i ragazzi. Le amiche. Le feste. Ed erano finite le favole, le ninna nanne, il tempo, soprattutto quello.
Ogni tanto le regalavo disegni.
Non sapevo come dirle le cose. Le mie cose erano troppo diverse dalle sue. Lei era una bambina. La ascoltavo distratta. O non la ascoltavo affatto, mentre anche lei cresceva, e cambiava, e parlava sempre di meno. E non piangeva più, non rideva più.
Soprattutto si nascondeva.
Nascondeva le sue cose.
Una volta aprii un suo cassetto per cercare una penna. Era pieno zeppo di penne. Di pastelli, matite, pennarelli, nuovi, usati, rotti, finiti. C’erano anche quelli che non trovavo più, quelli che avevo buttato, quelli che avevo perso. E c’erano i miei disegni e i suoi, quelli che mi portava a vedere e quelli che aveva fatto di nascosto. Anche quelli che aveva ricalcato dai miei perché lei non sapeva disegnare. Quell’anno mio fratello era stato rimandato in disegno ed ero stata io a dargli lezioni. Quando lui diceva io non sarò mai capace di disegnare gli avevo spiegato che non esistono persone che non sanno disegnare, ma solo persone che non vogliono imparare a guardare. A Marcella questo non avevo saputo dirlo. Quando veniva a chiedermi mi spieghi come si disegna un cane le toglievo il foglio e lo facevo per lei. Così aveva smesso di chiedere.
Più avanti quel cassetto si era riempito di bigliettini colorati.
Le amiche. I ragazzi. Le feste.
Ne avevo pescato uno un giorno che mi aveva stupito per la creatività, quella creatività con la quale da un po’ avevo cominciato a pagarmi quello che mio padre riteneva superfluo e che quindi dovevo guadagnarmi da me. Era un invito ad un ragazzo con tanto di punto interrogativo. E c’erano le due caselle, del si e del no, per la risposta. Il si era una casella enorme che prendeva quasi tutto il foglio. Il no era quasi illeggibile. Ci avevo riso di gusto, anzi ero stata addirittura un po’ invidiosa. Che non avessi mai avuto un’idea del genere. E che siccome era sua non potevo più usarla. Me l’aveva presa. Ma neanche per un attimo avevo pensato che quel biglietto potesse dire che ora potevamo tornare a parlare. Forse addirittura la stessa lingua.

Avevo gli occhi pieni di lacrime e i capelli anche, perché il vento me le staccava dal viso prima che potessi provare ad assaggiarle, a leccarle, come faceva lei da bambina, come sicuramente avevo fatto io prima di lei. E pensavo a me adesso, e a Luca.
Pensavo alla voglia che avevo avuto di abbracciarlo forte stasera, mentre parlava, mentre i suoi occhi mi chiedevano di farlo.
Pensavo alle volte che da lui mi ero lasciata abbracciare, anche quando non c’era.
Di più quando non c’era.
Invece stasera mi ero difesa.
Non avevo difeso la sua paura o la sua volontà di difendersi. Avevo difeso me, me e l’amore che avevo dentro che negava a lui più che a chiunque altro di riprendersi spazio dentro di me. A lui che la mia maledetta bolla l’aveva rotta a pugni e calci e che ci era entrato per forza per restarci per sempre.
Pensavo che a casa, in famiglia, nessuno di noi si abbracciava mai. Mai baci, mai carezze. Tra noi fratelli, con i miei. Da piccoli forse. Da piccoli era difficile evitare che mia madre, mio padre ci abbracciassero, ci baciassero. Magari ci provavano. Poi con il tempo avevano smesso. Marcella ed io ci abbracciavamo, ci baciavamo. Non cercavamo di evitarlo. Poi con il tempo avevamo smesso. Anche noi.
Pensavo che adesso avevo voglia di abbracci, o di baci. O di mani. O di sesso. Di qualunque cosa fosse pelle, subito.
Girai la macchina.
Il bar di Enzo era ancora aperto.
Se fossi entrata in lacrime mi avrebbe abbracciato.
Baciato no, non sarebbe mai entrato così a fondo. Mi conosceva bene. Ma mi avrebbe abbracciato. E a me non sarebbe bastato.
Così mi asciugai il viso. Presi dalla borsa quel po’ di trucco di emergenza che portavo con me e mi inventai una maschera accettabile.
Non mi avrebbe abbracciato così. Neanche. Ma mi avrebbe dato qualcosa da bere.
Quando uscii di lì era tardi. Ed ero brilla. Abbastanza da accettare mani a frugarmi la pelle. Abbastanza da accettare che attraverso la pelle non passasse amore. Abbastanza da tradirmi ancora. Chiamai Piero. “Ho voglia, adesso”.

http://www.lavalledeitempli.net/2011/07/30/pelle-di-cinzia-craus/

domenica 30 ottobre 2011

Cianuro

Paolo l’aveva corteggiata per anni. Mai in modo esplicito o diretto, ma in quel modo vago e sottile insieme e silenzioso che gli sembrava adatto a giustificarsi dei suoi fallimenti. Perché lei era una che non dava peso ai doppi sensi, ai silenzi, ai significati nascosti, al non detto. Glielo aveva detto mille volte: “Per me quel che conta sono le parole e i fatti, niente altro; io non penso, non rimugino, non sogno, non guardo dietro”. E l’illusione che in realtà lei capisse molto più di ciò che lasciava ad intendere preferiva evitarla, che gli sembrava un tradimento. Si perché Carla era la sua amica, la sua amica di sempre, o forse lui, Paolo, era il suo amico di sempre, di lei, il suo confidente; ma anche il suo pezzo mancante, era proprio lei a dirgli così, o meglio i suoi pezzi mancanti, pezzi di uomo, pezzi di donna, di sensibilità che sentiva di aver perso o di non avere mai avuto. E gli seccava parecchio anche quel verbo che gli era venuto in mente invitandola a cena quella sera che era tornato in città dopo tanto tempo (quanto tempo era che non si guardavano negli occhi, che non sentiva il suo odore, che non asciugava le sue lacrime, che non si scambiavano gli accendini finendo a fingere di litigare, che non le lasciava la sua birra perché lei la finiva sempre prima?): corteggiare… non si può corteggiare un’amica, anche questo è un tradimento e sa di falso e meschino, respirare i suoi respiri, abbracciarla, stringerle le mani, crollare addormentati insieme su un divano dopo una nottata da balordi a bere e a fumare e a farsi male e bene insieme, o stringersi in un sacco a pelo nella casa di montagna perché nessuno ci è già stato prima e nessuno si è accorto che la caldaia è andata e i materassi sono tutti muffa per colpa di un’infiltrazione. Non puoi ascoltarle le sue storie e i sogni e i desideri e i viaggi e leggerle sul viso l’amore per un altro e intanto volere che sia tua, desiderarla, sceglierla. E’ da bastardi. E Paolo si sentiva il peggiore dei bastardi mentre dalla valigia sceglieva la camicia che meglio aveva retto al viaggio, tirava fuori il profumo, cercava in mezzo a quel casino che era il suo modo assurdo di fare i bagagli (lei ci aveva fatto ricami di ogni genere su questo luogo comune di “voi maschietti”) i boxer nuovi che aveva comprato giusto due giorni prima di partire, due giorni prima per avere il tempo di lavarli e asciugarli al sole, che fossero nuovi ma che apparissero usati, che non fosse scontato che se poi, se poi insomma glieli avesse visti addosso, fossero una cosa premeditata. Ma lo erano. Come evidentemente lo era tutto quello che stava facendo. Come sarebbe stato premeditato agli occhi di lei tutto il percorso che in quegli anni avevano fatto insieme. Tutte quelle accidenti di serate e notti a telefono a parlare di sesso, e le domande, e ogni risposta catalogata e registrata. Paolo sapeva tutto quello che poteva fare e quello che non avrebbe mai dovuto fare. Anzi, sapeva che non c’era niente che non poteva fare, a dire il vero. Sapeva quante notti su certe cose che gli raccontava non ci aveva dormito o, peggio, vigliaccamente ci aveva acceso e consumato il suo desiderio. A volte addirittura mentre parlavano, lasciandosi accarezzare dalla sua voce, che diventava mani e labbra e lingua e pelle. Sapeva tutto quello che le piaceva, che la faceva impazzire, quello che nessuno sapeva mai e ci metteva mesi per arrivarci e magari ci arrivava quando ormai lei era già stanca e pronta ad andare via. Perché poi sapeva anche questo. Che era una che amava senza limiti ma che tanto era lenta e difficile ad accendersi tanto era facile, fulminea a spegnersi. Detto così magari suona male, anche se lei non si faceva problemi a dichiararsi incostante. Soprattutto perché i fatti non le davano ragione. Gli stessi fatti che per lei erano l’unica verità in cui credere. E i fatti erano che aveva avuto solo lunghe storie o lunghi amori e tutta la volontà e l’energia  per farli sopravvivere. Finché poteva. Finché non esplodeva. Come una bomba ad orologeria di cui nessuno aveva sentito il ticchettio per mesi, anni, nessuno lo aveva ascoltato. Si perché era questo quello che la scazzava di più, che nessuno era capace di ascoltarla. Quando non parlava.
Lui invece no, lui l’ascoltava sempre. Non era facile a volte, ma si sforzava di ricordarsi tutto, anche quello che gli faceva male, anche quello che non gli piaceva. E ce ne erano di cose che non gli piacevano. Perché Carla con la sua schiettezza, la sua intelligenza, la sua cultura, la sua curiosità era quel tipo di donna che gli uomini temono, quel tipo di donna da cui gli uomini scappano. E lei li guardava scappare senza mai una parola di biasimo, pronta a comprenderli, a giustificarli, a trovare un modo per continuare ad amarli. Già questo non gli piaceva, perché lo faceva sentire più piccolo, più fragile, più povero.  Ma ancora peggio era quando la sua franchezza con naturale assoluta disinvoltura diventava cinismo, almeno ai suoi occhi, e gli apriva una finestra sul mondo delle donne, della loro sessualità, delle loro confidenze, dei loro commenti, così maledettamente simili a quelli degli uomini - che invece è un luogo comune e insieme una leggenda metropolitana - che si raccontano tante cose e tanti particolari quanti se ne raccontano loro. Stronze! Non gli veniva in mente altro quando lei parlava delle continue defaillances di Luca con la sua amica Sara, di Chiara che con Marco veniva solo una volta all’anno e che preferiva farsi da sola, di Marcella che di ogni uomo che cambiava gli prendeva le misure all’uccello, lunghezza e diametro, e che era la prima domanda che le faceva quando cominciava una storia nuova e ne diceva di tutti i colori sugli attributi degli uomini passata una certa età, che finivano per sembrare quella specie di caciocavalli, vattelapescacomesichiamano, messi ad asciugare e dimenticati al caldo che mezzi si avvizziscono mezzi si appendono prendendo le forme più strane. Marcella, vaffanculo! Quaranta anni suonati e un culo sui talloni da quando è nata, cellulite da farci il lesso una meraviglia e tette a scomparsa nel senso che a furia di far diete c’era rimasto ormai solo l’involucro appassito. E Carla la sosteneva: “Mica invecchiamo solo noi Paolo! State a filarvi le ventenni che vi insaccano con le loro chiappe toste e spesso e volentieri con tette già rifatte, e noi lì a guardarci e contarci rughe e capelli bianchi (meno male che io non me ne sono mai fregata un cazzo – ed era vero, forse solo qualche volte Carla cadeva in questa trappola bastarda che invece stringe la gola a tante, e succedeva solo quando cominciava ad aver paura, paura di amare davvero, o peggio di essere amata davvero – e i miei capelli bianchi me li tengo e ci sguazzo e le mie rughe contano più del mio culo che se ne sbatte della gravità) e a piangerci addosso e contarci le botte che ci restano. Pure noi ve le guardiamo le rughe e la pancia in fuori e i muscoli scesi e i capelli, che grigi o bianchi faranno pure glamour, ma dipende da dove vi sono rimasti, e si, che vi piaccia o no ce li ricordiamo gli uccelli che abbiamo incontrato da giovani e, magari, se c’è altro uno non sta lì a soppesare e far confronti, anzi, si innamora proprio di quello, delle differenze, dei difetti, delle debolezze, ma se c’è altro…”
Ora davanti allo specchio, appena uscito dalla doccia Paolo si guardava. E avrebbe voluto venti anni in meno per quella donna che conosceva da venti anni, per quella strega che avrebbe riso con le sue amiche delle sue gambe troppo magre, delle sue maniglie dell’amore, dei peli bianchi sul petto, del culo stretto, delle rughe no, che le sapeva bene, ma magari del suo coso si, che mica gli sembrava fresco e tosto insomma, funzionante si, mai avute defaillances lui, forse un paio di volte, ma da giovane, quella volta del festino col giro di coca, ma in fondo si, niente di che, anche se mai nessuna si era lamentata. Non con lui almeno. Non con lui perché ‘ste stronze si lamentano tra loro, con te sono tutte mmmhhh ahhhh siiiiii e possono fingere quanto vogliono, che Carla ci aveva pure provato a insegnargli come fare a capire se una finge ma siccome poi lei con una donna non c’era stata mai mica lo sapeva di certo se il sistema era affidabile e alla fine lui non era poi così sicuro che lo voleva sapere.
Finì di vestirsi che non sapeva più se era contento o incazzato. Se la amava o la odiava. No questo no. Perché l’amore non c’entrava niente, e quindi neanche l’odio. Non che ne fosse certo ma ci mancava solo che si mettesse adesso a ragionare su questo. Se la voleva ancora o se era meglio continuare la commedia dell’amico. Che poi commedia cosa? Carla era la sua amica davvero e questo era un altro problema non da poco. Perché una scopata, perché quello era, fantastica o meno che sarebbe stata, poteva mandare a puttane tutto e che lui che ne sapeva se sapeva vivere senza Carla e se Carla sapeva vivere senza di lui. Con chi avrebbe parlato la notte in quelle notti senza sonno e senza sogni? Chi gli avrebbe ricordato i compleanni, i numeri di telefono degli amici che lui si perdeva sempre, gli indirizzi, gli orari dei treni?
Prese il portafogli dal comodino affianco al letto e meccanicamente lo aprì per controllare che ci fossero i preservativi. I, non il. Perché quando ti capita se il cielo te la manda mica puoi giocarti l’occasione e star sui conti. E sapeva pure che Carla, “tutto l’amore del mondo ma senza preservativo finchè non sei il mio uomo (e quando è che sei sicura?) e non hai fatto il test e non so’ passati sei mesi e non l’hai rifatto e….” “e madre ma arriverà il giorno che qualcuno ti brucia il cervello e ti fulmina come stai! (e qui in genere si scoppiava a ridere come i bambini quando gli fai il solletico). Lo sapeva, quindi era normale che ci avesse pensato. Come era normale che anche questo non gli piaceva. Che ci aveva pensato perché lo sapeva. Anche questo lo sentiva come un tradimento.
Tradimento. In macchina mentre andava da lei questa parola gli scoppiava nella testa. No, tanto era prepotente che gli usciva a forza dalle labbra, rimbalzava sui vetri, sul cruscotto, sul volante e gli rientrava nelle orecchie, gli bruciava agli occhi, gli pungeva la pelle, gli pizzicava il naso. Ne avevano parlato spesso lui e Carla.  Carla non era gelosa. Non lo era più da un pezzo. Perché lei e tutte quelle menate sulla natura dell’uomo e l’istinto e la filosofia e la psicologia. Lei e la sua sicurezza. Lei e succede. Lei e però se succede a me è diverso perché finché amo io non ci riesco. Però se sto male ci provo, così poi ho una colpa da scontare con me stessa e una scusa per scappare. “Perché io sono gelosa di me, e di quello che sento”. “Io invece ero, sono geloso – e stai sicura non di me, che invece me ne frega altamente, che noi uomini se ci capita una scopata è una scopata e basta, non come voi che ci buttate l’anima - come un siculo della preistoria che invece per colpa del siamo nel duemila, dell’emancipazione, del femminismo, della cultura, della sinistra e di tutte queste cazzate si è ingoiato la bile tutta la vita e continua a farlo, fino a strozzarsi per imparare a soffocare le parole e a fingere di essere quello che non è”. Ma non lo aveva detto neanche a lei. Lo aveva pensato mentre lei parlava, gli stava quasi per scappare certe volte, ma era riuscito a trattenersi. Perché il duemila, l’emancipazione, il femminismo, la cultura, la sinistra, e lui a Carla neanche riusciva a dirlo che per lui non contavano un accidente. Che lui la sua donna che andava con un altro neanche morta se la sarebbe ripresa. E che l’altro, togliersi la soddisfazione di torturarlo brutalmente – ammazzarlo no, per fortuna a questo non ci arrivava – non se lo sarebbe negato manco a fronte di dieci anni di galera, di un plotone di esecuzione o di una vita nella legione straniera. A Carla annuiva in silenzio. Che capisse che era d’accordo. O che intuisse la verità tanto poi contavano i fatti e quindi l’intuito non valeva. Ma quello che gli pesava adesso era il tempo che lei ci aveva messo a dirgli ti voglio bene quando lui d’istinto a lei lo aveva detto la prima volta che l’aveva abbracciata, mentre piangeva per il bastardo di turno e si era sbronzata di brutto da non riuscire neanche a stare in piedi. Ci aveva messo tanto perché per lei un amico resta sempre. Perché per lei ti voglio bene è per sempre. Come un figlio. E come niente altro. E soprattutto perché se quando amava amava incondizionatamente e senza attese quando voleva bene no, sceglieva e sceglieva con la testa. E le attese c’erano, e le delusioni e le mazzate pure. Paolo in quel momento si sentiva una mazzata. Forse non la peggiore, forse magari Carla con lui poteva prenderla con leggerezza per una volta. Ma se lo diceva perché non trovava appigli in quella vasca di vetro in cui si era trovato quando quella molla compressa per anni nella sua testa, nei suoi sensi, era scattata spingendolo a tornare. Costringendolo ad ammettere che forse in fondo se ne era andato anche per questo, per evitare che scattasse.
Arrivò sotto casa di Carla con i soliti dieci minuti di anticipo. Con i soliti dieci minuti di anticipo nei quali di sarebbe girato i pollici sulla panchina alla fermata del bus prima di chiamarla per non rompere perché lei odiava chi le metteva fretta. Eppoi se li sarebbe girati per altri dieci minuti dopo averla chiamata perché tanto come sempre lei sarebbe stata in ritardo.
Invece puntuale alle nove Carla fece capolino dal cancello del parco. Non era sola. Paolo guardava quell’uomo affianco a lei mentre insieme aspettavano di attraversare la strada per andargli incontro maledicendo di non essersi messo gli occhiali. “Sarà suo figlio, non lo vedo da anni, è bello cresciuto, vorrà salutarmi. O il suo collega, avranno finito adesso di lavorare, quello giovane, fresco sposato, innamorato perso della moglie, non lo conosco neanche”. Ma mentre attraversavano si tenevano la mano ed era troppo vecchio per essere suo figlio e anche per essere il suo collega, di dieci anni più giovane di lei. Paolo ricacciò in gola quello che gli restava della sua torturata bile per nascondere in mezzo ai denti di un sorriso di gioia, che in ogni caso l’amicizia e l’affetto gli impedivano di contenere, la rabbia e la sorpresa di quello che gli stava cadendo come un macigno addosso. “Ciao Paolo” Carla lo abbracciò forte, come sempre. “Ti ho tenuto un segreto, perché volevo farti una sorpresa e volevo che per una volta toccassi la mia felicità invece che le mie lacrime. Lui è Giorgio, tra sei mesi ci sposiamo. Ti toccherà tornare ancora”
Un mese dopo Paolo raccoglieva, a telefono, le lacrime di Carla. Giorgio, sua figlia, sua nonna, sua zia, i soldi e il lavoro e l’ansia e la depressione. Ma qualcosa questa volta non suonava. Non suonava come sempre la sua voce. Non lo accarezzava. E non era la sua rabbia no, che quella era passata in niente, mangiando e ridendo insieme quella sera stessa, finendo la serata in spiaggia insieme tutti e tre testa a testa, la sabbia tra i capelli, a guardar le stelle, stonando a turno improbabili miscugli di pezzi di Guccini, degli Squallor, di Bob Dylan e dei Rolling Stones. La abbracciò con le parole, come tutte le altre volte in cui lo aveva fatto. Non le disse niente. Per Carla contavano le parole e i fatti, non le intuizioni. Per Paolo contavano le intuizioni. Erano uno dei pezzi che lui regalava a Carla.
Carla quella volta invece aveva creduto al suo intuito e aveva capito tutto. Giorgio era stato il suo complice. Per evitare un tradimento spegnendolo in un segreto.