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giovedì 16 febbraio 2012

Abbracciami


“Sono preoccupata per Bea.” Non aveva ancora detto nulla Teresa, da quando era rientrata, più tardi del solito, e in fretta e furia si era messa ai fornelli perché la cena non subisse ritardi. Non aveva parlato neanche mentre apparecchiava la tavola, con cura, come sempre, come piaceva a lui, con i piatti buoni, i bicchieri di cristallo, le posate schierate secondo galateo. Per una cena cena. Come piaceva a lui che poi se invece si sceglieva di mangiare “strano”, come piaceva a lei, era però il primo a divertirsi a mangiare con le mani, o con le bacchette, o con quei lunghi stuzzicadenti con i quali lei serviva certi bizzarri contorni africani. Magari a terra, sdraiati sui cuscini. O acciambellati intorno a quel tavolino basso che lei aveva voluto apposta per le sue “variazioni” esotiche. Non mangiava volentieri Teresa. O meglio, si stancava. Si annoiava. Come di tutto ciò che era ripetitivo. Ancor più se riteneva che fosse qualcosa che in qualche modo doveva procurare piacere. Pure la sua ricerca di variazione non era mai affannosa, mai affettata; era anzi gioiosa. Una piccola sfida costante che le accendeva la voglia di esistere. Per scoprire ancora.
Adesso, a tavola, finalmente rilassata, le prese il bisogno di condividere quella sensazione di angoscia che le aveva messo addosso il suo incontro con Bea, la sua amica di sempre. D’altra parte era normale. Condividere. Teresa gli raccontava tutto, da sempre. E lui amava stare lì ad ascoltarla, l’avrebbe ascoltata per ore. Si incantava ad ascoltarla. I loro pensieri si incontravano sempre, anche quando magari partivano da punti lontani, finivano sempre per arrivare in un posto dal quale riuscivano a ripartire insieme. “E’ di nuovo in una storia. Alla quale lei stessa, come sempre, non concede un futuro.”
Bea e Teresa si conoscevano da tanto tempo. Una di quelle amicizie basate su un’affinità profonda dell’animo. Potevano non sentirsi, non vedersi per mesi, ma c’era sempre come un filo a tenerle unite. E per quanto negli anni le loro vite si fossero divise, trasformate, quel comune sentirsi, dentro, era rimasto immutato. Si riconoscevano.
“Io la capisco. Tutto quello che ha vissuto, che ha visto. Le ipocrisie. Le ipocrisie più basse e insensate, in nome di valori che non si sentono ma si decide di difendere. E peggio. L’incapacità a riconoscersi ipocriti. Il dito puntato contro gli altri, la lingua come una lama tagliente e impietosa, lo sguardo fiero di chi è senza peccato. Teso a guardar fuori, a giudicare gli altri e mai sé stessi. Spesso delle stesse identiche colpe.” “Vuoi dell’altro arrosto, amore?” “Senza contare quello che lei è. Come è fatta. La sua libertà, l’apertura mentale, l’insaziabile curiosità che le rende impossibile riconoscersi, o imporsi, dei limiti o dei pregiudizi. La versatilità con cui riesce a viversi e spendersi in pianeti talvolta diametralmente opposti, perfettamente a suo agio dovunque. Beh, sì, dovunque tranne dove si mente per vivere. Cioè un po’ dovunque. Dovunque almeno in quel mondo di cui poi in fondo è fatta, perché in quel mondo ci è nata e cresciuta, a cui ha dato battaglia ma che l’ha comunque formata, riempita. Ti ricordi quando diceva è colpa dei libri? Colpa di tutto questo maledetto sapere, e la filosofia e la psicologia e l’osservazione e la profondità? Sì che te lo ricordi. Te lo ricordi perché lo dicevo sempre anche io. Ne parlavo spesso anche io e te. I ribelli passano la vita a tagliarsi radici che inevitabilmente ricrescono. Che li rendono diversi per tutti. Da tutti. Da quelli che rifuggono e da quelli in cui non riescono a ritrovarsi. Se non in misura parziale.”
“Ho preso delle paste di mandorla, ne vuoi?” Teresa liberò la tavola da tutto ciò che non occorreva più, con cura raccolse le briciole e tornò con un grazioso vassoio con su piccole delizie sobriamente decorate, due piccoli calici e una bottiglia di passito di Pantelleria.  Sceglieva lei il vino, da sempre. Anche se una volta su questo avevano discusso. Ma alla fine l’aveva spuntata, dopo tutto era lei che cucinava e faceva la spesa. Aprì il vino e riempì lentamente i calici. “E’ la sua “pienezza”. Finisce sempre per diventare troppo, per fare paura. Anche a lei stessa. Che non ammette di dover rinunciare a parte di sé per compiacenza. Pur ammettendo che trovare qualcuno con cui potersi vivere appieno su tutto, su troppo, è quasi impossibile. Ormai lo ammette d’anticipo.”  Bevve il vino d’un fiato.
Lui rideva quando lei beveva così. Mandando al diavolo le etichette insieme al pregio di quello che aveva accuratamente selezionato. Rideva perché sapeva che dietro quel gesto c’era insieme la voglia di mandar giù qualcosa che la feriva e il desiderio di riafferrarsi prima di farsi male. Con l’allegria e la leggerezza. O con l’abbandono. D’altra parte era così che si erano conosciuti. Con troppe cose da buttare giù. Con il mondo da buttare giù. Con le radici a crescere e loro a tagliarle, con le paure a dirsi a raccontarsi e le parole a piovere a dirotto, a difendersi dalle paure. A cercarsi per riconoscersi, per accettarsi, per perdonarsi. Teresa riempì ancora il bicchiere e si accese una sigaretta.
“Sta bene sai. Se la guardi ti sembra la Bea di venti anni fa. Che fa la tosta ma la vedi che non ci riesce.” Bevve ancora. Un brivido le percorse la schiena. “Ma dietro gli occhi e nelle mani ansiose glielo leggi che ha già visto avanti. O indietro.”
Sparecchiò la tavola fumando ancora, nervosamente. “Noi siamo stati fortunati. Ad incontrarci, a riconoscerci. E abbiamo avuto la fortuna di iniziare dal rovescio. Dal peggio che avevamo dentro. Dal buio. Da quel buio che ti prende dentro quando senti che non hai più radici e che non hai più un posto dove andare, né uno dove tornare. Ce lo siamo vomitati addosso quel buio. E ce lo siamo abbracciati. Fino a non sentirci più soli. Te lo ricordi vero?” “Ho freddo stasera amore. O forse è stanchezza. O è quando vedo lei. Che rivedo me, me quando tu non c’eri, quando non ti cercavo, quando non ti aspettavo, quando non ci credevo più.  Si farà del male, ancora. Non è facile trovare un posto dove farsi bene.” “Portami a letto. Andiamo a letto amore e abbracciami, tienimi stretta, tienimi.” “Anzi, anzi ti abbraccio io, ti stringo io, come sempre. Sì, come sempre è meglio.”
Teresa spense le luci e si infilò nel letto. Si rannicchiò in un angolo sotto il piumone a stringersi la pelle sulla carne, la carne sulle ossa, le ossa dentro il cuore. Ed abbracciò il cuscino. Forte.



venerdì 13 gennaio 2012

Senza meta

Sei stata brava. Hai messo tutto a posto, hai rifatto i letti, hai tolto gli ultimi piatti dal lavabo e messo avanti la lavastoviglie. Hai tolto i panni dal balcone e, con la sollecitudine distratta delle azioni mille volte ripetute, li hai ripiegati e rimessi ordinatamente al loro posto. Ieri hai pulito tutta la casa. Certo forse avresti potuto impegnarti di più, ma l’effetto d’insieme non è per niente male. E hai perfino innaffiato le piante. Nessuno troverà da ridire domani, indipendentemente da chi sarà a mettere i piedi in casa, da chi verrà a cercarti, da chi ti troverà. Nessuno potrà dire che eri una disordinata, o una buona a nulla. E forse è meglio che non ti ci sei messa troppo di impegno, così non penseranno neanche che eri una maniaca depressa. Anche se tu sai bene quante manie hai. Quante ne hai avute. E sai anche che non combatterle è stato il miglior modo per sconfiggerle e sconfiggere ciò che le provocava. Hai sempre assecondato i percorsi delle tua mente e in fondo anche quello cui ti stai preparando non è che un modo per andarle incontro.
Hai preparato tutto con cura. Questa volta con minuziosa dedizione. Hai studiato a lungo. Cause, conseguenze, pro, contro, indicazioni, controindicazioni, interazioni, effetti collaterali. Certo, non penso solo ai foglietti illustrativi dei farmaci che in più di un mese sei riuscita in mille modi a farti prescrivere. Anche a quelli. Ma intendevo tutto: hai sistematicamente analizzato tutto. Lucidamente. Riuscendo persino ad accantonare il dolore. Non ti concederai di sbagliare stavolta.
La vasca nel bagno  è quasi piena e la temperatura è perfetta. Più calda del dovuto, perché non sia fredda quando sarai pronta. Non ci entrerai subito infatti, ma soltanto quando sentirai che è il momento, quando sentirai che le forze cominciano a venir meno. Ti rilasserà e il calore libererà endorfine, che impediranno al tuo istinto di cercare di reagire, di proteggerti. Perché è lui che ti preoccupa di più, da sempre. Così hai anche comprato e preparato incensi e oli alla lavanda, e messo su un vecchio cd di musica new age, senza strumenti, senza voci da ripetere, solo i rumori e i suoni della natura. Ammesso che lo sentirai.
Hai staccato il telefono e spento il cellulare. Sei ancora al computer però, a dispensare sorrisi, parole, riflessioni. Fa parte di te, non farlo potrebbe non essere normale. Eppoi ne hai voglia, quindi perché non farlo?
Ogni tanto ti fermi, guardi l’ora. Non che tu abbia scelto o designato un’ora precisa, ma non vuoi che succeda all’alba. Troppe volte i colori e i suoni dell’alba ti hanno richiamato ad una realtà che non ti appartiene, a bisogni fisici che non ti corrispondono.
Hai ancora tante cose da fare: anche tu devi prepararti perché vuoi essere impeccabile. Poi ci sono i tempi del rito, e non sono brevi. Sai che stasera non devi farti troppo coinvolgere. Così finalmente ti alzi, vai nella tua stanza e tiri fuori da un cassetto quello slip carino che ti ha portato tua sorella dall’Inghilterra. Hai scelto quello perché secondo te fa glamour. Sia a colori che in bianco e nero. Non sai infatti che foto faranno. E l’idea di essere completamente nuda non ti piaceva.
Un’altra occhiata al computer. Ora ti trasferisci nel bagno. Vuoi depilarti, farti le unghie, sistemare le tue impossibili sopracciglia; i capelli no, non importa, tanto nella vasca si bagneranno, e a te stanno bene bagnati. Poi sono puliti, li hai lavati stamattina, pettinandoli e acconciandoli con una profusione di impegno che non hai avuto mai. Mentre ti depili ti guardi quei piccoli tagli sulle gambe. Sono praticamente poco più che dei graffi. In fondo è stato un bene aspettare. Già, come se fossi stata tu a scegliere di aspettare. Ok scusa, scusami. Si era detto che non avrei detto niente che potesse ricondurti a quello che… a te, semplicemente, scusa. Non guardarmi così. Sei stata tu a pensarci. Ci hai pensato attraverso quei segni, te l’ho letto negli occhi. Hai pensato ai lividi. Hai pensato a lui. Hai pensato alla sua rabbia. E ti sei ricordata anche il resto. Non provare a negarlo. Io non dirò altro, va avanti.
Non ti ho deconcentrata. In meno di un secondo hai spazzato via quell’ombra che ti avevo letto negli occhi e hai ripreso diligentemente il tuo percorso, la tua routine di bellezza per le grandi occasioni, quelle in cui vuoi essere perfetta. E alla fine non ci hai messo tanto. Chissà perché te lo ripeti ogni volta stupita eppure capita sempre.
Rimetti tutto in ordine e richiudi la porta. L’acqua nella vasca non deve raffreddarsi.
Ora sei di nuovo al computer. Hai un impercettibile moto di stizza. Il tuo rito prevede che  la tua danza cominci bevendo. Perché questo in qualche modo sei sicura che aiuterà. E hai ovviamente preparato anche questo nel modo migliore. Hai comprato dei lime perché almeno un paio di caipirinhas ti spettano: sono l’ideale per iniziare e il tempo richiesto per prepararle è un valido modo per tenere lontano pensieri e distrazioni. Poi verrà qualcosa di più forte, in salita, ma hai deciso di non scegliere in anticipo perché il gusto non va mai programmato. Così hai schierato sul tavolo tutto quello che più ti piace. E hai comprato due pacchetti di cigas in più, per esser certa che non finiscano prima del tempo, perché non sai bere senza fumare. Ma quello che ora provoca il tuo disappunto è che tu non sai bere da sola senza scrivere. E nei giorni passati hai scritto tutto quello che dovevi scrivere. A tutti. A lui, alla tua famiglia, a chi ti ha amato e ti ama ancora, agli amici più cari, a… scusa, no, non volevo ricominciare, credimi, sei tu che hai aperto quella cartella per vedere se avevi dimenticato qualcosa, se potevi trovare qualcosa da scrivere ancora, sei tu che non ci hai pensato nonostante sapessi che quella cartella non andava riaperta. Chiudila, puoi scrivere qualcosa di nuovo, una storia fantastica, quella poesia in francese che non hai più scritto… oppure puoi leggere qualcosa, magari in rete, senza cercare tra quello che hai, senza ripercorrere nel computer nomi, immagini, ricordi. Vuoi?
Devo ammettere che ti sei davvero preparata a dovere. Anche questa volta il mio intervento ti ha appena sfiorato. Un’amica ha appena pubblicato nel suo blog un racconto abbastanza lungo. E hai deciso che per iniziare può andar bene. Hai anche aperto un documento nuovo. Così quando finirai di leggere potrai buttar giù quello che ti pare, magari bevendo un’idea ti viene.
Prendi il ghiaccio dal freezer, il secchio con il pestello, lo zucchero di canna e cominci a tagliare i lime a pezzetti dopo averli lavati e asciugati. Fai tutto molto lentamente, con gesti calmi e misurati. Non hai fretta e non ce ne è adesso e sei sicura che fatta così la tua caipirinha sarà migliore di tutte quelle che hai bevuto e che hai fatto di corsa dietro il bancone di un bar. Stanchezza zero. Mentre versi la cachaça ci pensi e ti scappa un sorriso. Non volevi le occhiaie e tra ieri e oggi hai dormito come non mai. Ma siccome stasera farai tardi e farai tardi bevendo alla fine le occhiaie ti si vedranno lo stesso e certo non ha senso truccarsi per immergersi nella vasca. Non importa. E’ ora di leggere. E di bere.
Sono le tre. Hai letto almeno tre storie. Ne hai iniziata a scrivere una. Carina, non hai mai scritto cose così, senza un percorso, senza un tema. Parole che si inseguono e che diventano una musica, sembra che ballino. Ecco ballare. E’ una idea che ti piace subito. Ha bevuto le tue caipirinhas e hai dato fondo alla bottiglia di rum ma sei ancora troppo sveglia. E’ tardi per accendere lo stereo di casa, così indossi le cuffie, accendi la tv e ti scegli un canale di rap. Balli. E bevi ancora. E finalmente la testa comincia a girarti.
Ricominci a scrivere. Hai deciso che finirai la tua storia. Hai deciso come finirla e infatti si scrive da sola in pochi minuti.
Chiudi il file. Chiudi il tuo account. Anzi no, lo riapri. La pubblichi, domani qualcuno la leggerà. Adesso puoi chiudere tutto. Spegni il computer e lo porti in camera. Sul comodino. Dove è stato in questi ultimi… quanti mesi? Non ti rispondi. Lentamente ti spogli. Indossi gli slip che avevi preparato e l’accappatoio, fresco di bucato. Prendi il libro che stavi leggendo. Restano da leggere una ventina di pagine. Le hai lasciate di proposito. E’ di facile lettura e anche se hai bevuto tanto non farai fatica a comprendere. E sei sicura che avrai il tempo di finirlo prima che sia il momento di accucciarti nella vasca.
Torni in cucina. Abbassi le luci. Abbastanza da non sentire il fastidio che cominci ad avvertire agli occhi. Controlli se riesci a leggere. Guardi l’ora. Adesso non hai più tanto tempo. Non c’è fretta ma non puoi più sprecarne. Apri la dispensa e tiri fuori una busta. Metti in fila sul tavolo quei quattro astucci. Sai che probabilmente ne basterebbe uno, ma hai deciso che per una volta nella tua vita vuoi solo certezze. Tiri fuori i blister. E poi quelle pillole colorate. Anche queste le disponi in fila, una ad una, a disegnare qualcosa, un disegno che hai in mente e non hai mai messo su carta. E ti piace. E’ come se lo avessi sempre cercato e sempre saputo. E’ ora di incontrarti. Finalmente.
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Stanotte, o dovrei dire stamattina, sono rimasta ad osservarti mentre dormivi. Temevo avessi freddo con addosso solo quei buffi slip. Hai dimenticato di chiudere la finestra e sei crollata prima di infilare una T-shirt, sopra la coperta. Quando ti sveglierai ce l’avrai a morte con me. E non avrò parole per calmarti e braccia per abbracciarti. Ti ho fermata. Questa volta sono stata io. Perché tu hai finto di dimenticare e lo hai fatto meglio di tutte le volte che lo ho fatto io. Ma tu sei anche quella che mi ha ricordato. Tutto. E io non ho dimenticato. Non ho dimenticato cosa ti ha fermato e non ho dimenticato cosa dopo ti ha portato avanti. E non ho dimenticato il dolore cui non sai rinunciare. Tutto ciò che ti resta di quello che ami. E di quello che sei. Mentre ci penso mi rendo conto di quanto stiamo diventando simili, di quanto si stiano riducendo le distanze. Questo mi spaventa. In parte. In parte mi piace. Dovremmo abituarci. A camminare insieme.




http://www.lavalledeitempli.net/2011/07/13/senza-meta-%E2%80%93-di-cinzia-crauss/

La pelle vuota

Ti hanno portato via. Ti hanno portato via e mi hanno lasciato qui. Da sola.
Hanno detto che ti stavo ammazzando. Tu lo sai che non è così. Lo sai che stavo solo cercando di aiutarti, di liberarti. Tu, eri tu che mi stavi ammazzando. Eri tu che mi stringevi le mani alla gola. Eri tu.
Eri tu?
Per fermarmi?
Shhhh!
Sei tu?
Sei tornato?
Dove sei? Perché ti nascondi?
Chi sei? Che vuoi? Lasciami, lasciami stare! Lasciami!
Eccole, eccole le senti? Le senti le voci? Mi chiamano, mi chiamano, senti?
Lo diceva mia madre, lei le sentiva e io non volevo crederle, non volevo ascoltarle. Ora che lei non c’è più io le sento, le ascolto. Ci odiano. Ci odiano tutti. Vogliono che andiamo via. Via da questo posto, via da questo mondo, dal loro mondo pulito. Siamo sporchi, sporchi, sporchi. Loro, loro sono i signori. Loro che mi hanno usata, loro che hanno respirato i loro aliti immondi sul mio viso di ragazza, e ansimato, grugnito, sbavato, che hanno imputridito la mia pelle con le loro mani cariche di ipocrisie. Se le lavavano qui le loro mani sudice, gli appetiti insoddisfatti del perbenismo, le coscienze gravide di desideri. Qui sul mio ventre, sulle mie gambe bianche, sulle mie braccia livide di buchi, sui miei denti già marci a vent’anni, sulle mie occhiaie su una vita che non passa. Come non è passata a mia madre. Quando mio padre, tuo nonno, se ne andò lasciandoci a crepare da sole. Come tuo padre. Tuo padre che diceva di amarmi e se ne andato come lui. Per la vergogna. Non siamo che immondizia da buttare via. Lo senti? Da qui, da dietro al muro, sotto il letto, nell’armadio. Basta, basta, basta!
Non lo senti, non le senti. Ti hanno portato via. Ma sai, ti seguono, ti troveranno. Loro ci trovano sempre.
Io non volevo ammazzarti. Sei mio figlio. Sei l’unica cosa che ho. Sei mio. Volevo proteggerti. Io volevo solo proteggerti.
Li hanno chiamati. Qualcuno li ha chiamati. Forse sono stati proprio loro, i signori. Hanno detto che ci hanno sentiti, che ti hanno sentito piangere e pregarmi. Ero io che piangevo è vero Alfredo? Io che ti pregavo. Tu, tu mi picchiavi. Tu mi stringevi forte le mani alla gola, tu mi spingevi via. Succedeva ogni giorno succedeva. Quando rientravi e mi trovavi con le mani piene di sangue, le unghie piene di sangue pietre e cemento, i muri graffiati, dai quali cercavo di tirar fuori quelle maledette spie.
Loro ci seguono. Non serve andarsene. Non c’è un posto dove andarsene. Mi hanno sempre ritrovata e troveranno te.
Pazza, pazza, pazza. Mi hanno chiamata pazza. Loro, che ne sanno loro? Tu lo sai, tu lo sai che non sono pazza perché io lo so che le hai sentite. Mentre piangevi e mi aiutavi a tirarle fuori dai muri. E le ha sentite pure lei. Lei, quella a fianco. Quella dalla quale te ne scappavi. Credi che non lo so che andavi lì? E pure lì le sentivi, perché ti seguono, perché sei figlio mio e io figlia di mia madre. Io volevo liberarti. L’ho chiamata ieri. Quando ti hanno portato via e tutto intorno era silenzio. Ha lasciato la porta aperta lo sai? Le porte. La sua e la mia. Aveva paura dici? E di che? Che ha di più di noi? Sai che penso? Lei è proprio come noi. Di là, da sola. Puttana, come me. Sola e puttana. Me lo diceva pure mia madre. E ce le ha anche lei le voci che la inseguono e la cacciano. Perciò ti ha fatto entrare. Perciò è venuta in casa. E’ sporca come noi. E mi ha dato ragione. Mi ha dato ragione lo sai? Le ha sentite le voci. Le ha sentite.
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Sono venuti a prendere Alfredo. Non so chi li ha chiamati ma so che prima o poi avrei finito per farlo io. Mi hanno fatto una montagna di domande. Forse perché nessuno ha dato risposte. Eppure era ora di cena, erano tutti a casa. Non ha aperto nessuno. Speravo che portassero via anche lei io. Che la aiutassero. Ma pare che non funziona così. Funziona che “finché non fa del male a qualcuno”. Pare che far del male a se stessi non vale. Non se ci si fa poco male. Perché Liliana si fa male. L’ho vista io, come la vedeva Alfredo, scavare i muri con le unghie, piegare i tubi, strappare i cavi. Ma si fa poco male. Che è pericoloso neanche conta. Che è pericoloso per tanti anche. L’hanno lasciata qui, da sola. Da sola con tutto il suo mondo da combattere. Da sola con il niente di ogni giorno. Perché Liliana non ha niente. Tranne quel poco che qualcuno, a volte io se posso, cerca di darle; se lo prende, se si fida. Alfredo almeno si fidava. O aveva paura, non lo so bene. So che aveva voglia di silenzio. Di televisione. Di giocattoli. Di luci accese e di cose colorate. Di scarpe senza buchi. Di lasagna. So anche che amava sua madre. E che a un certo punto voleva tornare da lei.
Ieri mi ha chiamato. Lo ha fatto altre volte, mille volte. Non so se lo ricorda. Mi chiama quando Alfredo non c’è, quando è scuola, quando ci va, quando è per strada che non regge a stare a casa. Quando è da me a volte, di nascosto, a giocare con mio figlio. Se siamo soli a volte, se riesco, la faccio entrare. Se siamo soli perché se no non entra e scappa via. Facevo entrare anche sua madre. A mio figlio non piaceva. La nonna, come la chiamavamo tutti. Non la voleva in casa, sul suo divano. Veniva impaurita. Impaurita dalle urla disperate di Liliana e dimentica delle sue che per anni avevano terrorizzato noi. Non voleva mai niente. Solo sedersi, prendere fiato, riposare. Una sola volta, in piena notte, riuscii a farle bere una camomilla, prima di tornare in trincea. La sua battaglia era finita nella battaglia di sua figlia.
Liliana in casa mia cambiava. Si guardava i vestiti lisi e cercava di lisciarli, di sistemarli con le mani sporche. Poi si guardava le mani e girava gli occhi nervosamente altrove. Non si sedeva lei, lei no, restava in piedi, vicino alla porta, il tempo di una, due sigarette, le sue, mai le mie, e si raccoglieva i capelli, chiacchierando piano, a voce bassa, mentre le preparavo un tè che sapevo che non avrebbe preso. Mi ascoltava. Fingeva di ascoltarmi. E fingeva di dimenticare che era venuta per parlarmi delle voci. Ma il più delle volte mi costringeva ad entrare da lei. Mi costringeva è la parola giusta. Perché entrare da lei era un delirio. Le voci. Avevo imparato presto che di là l’ultima cosa al mondo che potevo dirle era che non le sentivo, che non c’erano. Che neanche potevo provare a inventarmi che erano altro, il fruscio del vento, le prese elettriche scoperte, i tubi che perdevano, i neon in fin di vita. Che pure sussurravano. Entrare da lei era entrare nel suo dolore, nella sua mente devastata dalle menzogne, dalle assenze, dalla vergogna, dalla colpa. Le voci? Le sue voci, le sue mille richieste d’aiuto mai ascoltate finivi per sentirle tutte, urlare, urlare in quei muri lacerati e grigi, rossi del sangue delle sue mani, della sua pelle consumata, della sua bellezza sfiorita e violentata, della sua paura e delle notti insonni di memorie senza amore. Finivi per sentirle addosso, frugarti il buio e il tuo silenzio, il tuo dolore, le tue assenze.
Lasciavo le porte aperte quando entravo da lei. Perché una parte di me restasse fuori, a tirarmi fuori di lì. Le ho lasciate aperte anche ieri.
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A volte smettono. A volte smettono e c’è silenzio. Ora che non ci sei ce n’è di più. Forse perché ti hanno già trovato e sono lì da te. Dovrei arrabbiarmi quindi, dannarmi che sei via e non posso più aiutarti e invece mi riposo. Come posso. Piangevi forte quella notte, quando sventrai i materassi per tirarle fuori, ti ricordi? E non volevi dormire a terra, dicevi che era sporco, che era freddo. E invece era più pulito. Più pulito di noi. E’ quasi strano adesso. Questo silenzio lungo interminabile. Che mi restituisce gli occhi per guardarmi il vuoto intorno, il vuoto dentro. Il vuoto sui miei anni che il tempo ha divorato, su questa pelle che era liscia e morbida e oggi è grinze e rughe e cicatrici e graffi. Sui miei capelli d’ebano lucenti ora grigi e stanchi più delle mie ossa.
Shhhh!
Eccole, ritornano, tornano a cacciarmi. Loro, loro sono i signori. Che cacciano e che nascondono quello che sono stati, quello che hanno cercato su quella pelle morbida che non c'è più. Che buttano nell’immondizia la pelle vecchia che non da più gioie, che non ha visto amore. La pelle che si vergogna. La pelle vuota che ha raccolto il vuoto delle loro vite.






http://www.lavalledeitempli.net/2011/12/03/la-pelle-vuota-%E2%80%93-di-cinzia-craus/

giovedì 15 dicembre 2011

Ada


Ho le mani vuote. Vuote di fame, di sogni, di abbracci, di tempo, di pace. Vuote di sangue. Del sangue che scivola piano sulla mia pelle lavando via l’ansia e il dolore con altro dolore.

Tengo su le braccia quando mi taglio. Guardo quei rivoli scorrere lenti, tracciare linee sottili e insicure che asciugano in fretta. Le prime volte l’odore del sangue mi dava la nausea. Oggi mi inebria. E’ l’odore del silenzio che ho dentro. Che immenso soffoca l’urlo.

La prima volta è successo per caso. O perché il caso ha voluto trovarmi. Non fu esattamente una bella esperienza. Una bella lezione. I miei genitori l’avrebbero chiamata così più avanti, convinti, e mi sorprende che lo siano ancora, che da questo finalmente avrei imparato qualcosa. E in realtà qualcosa imparai. Che forse dura poco, ma un dolore acuto, improvviso, di quest’inutile massa di pelle e di carne che ci trasciniamo sul cuore e sugli occhi, sui nostri respiri, riempie veloce ogni vuoto ogni abisso ogni piega di un freddo silenzio glaciale che spegne ogni cosa. La rabbia, la paura, l’orgoglio, l’amore, l’odio, il sonno, la fame, la sete. Il sangue odora di morte e di vita, di vuoto e di pieno, di necessario. E di inutile.

Avevo sedici anni. E avevo bevuto. Si beviamo un po’ tutti e un po’ tutto a sedici anni. Chissà quanti di voi lo hanno fatto. Lo si fa per gioco, per darsi delle arie, perché tutti lo fanno. Lo si fa per ridere insieme, di più. Per sentirsi più forti a volte, più sicuri. Per avere una scusa se fai qualcosa che a farla da sobrio non avresti la faccia di farla – che chissà perché ci vuole una faccia per fare quello che senti - ed è tanto che aspetti di farla. Qualcuno lo fa anche per non pensare per una sera. Che ha già qualcosa che gli brucia dentro. Da un giorno, da un anno o forse da sempre. Magari proprio la faccia che tutti si aspettano che debba indossare. E ogni sorso alimenta l’incendio. Io avevo bevuto un po’ di più degli altri. Bevevo sempre un po’ di più. Ma la faccia e l’incendio restavano lì. Nemici e già indissolubili amanti. Eravamo al mare. C’era una festa in una villetta nel parco che era piena di gente. Piena di gente che a guardarla da fuori di alcol ne aveva bevuto parecchio più di tutti noi messi insieme. Decidemmo di imbucarci, nessuno ci avrebbe notato. E bastava scavalcare un muretto sul retro, facendosi largo tra le siepi di lauro. Mauro passò per primo. Anna, che fino a un attimo prima piagnucolava che lei non voleva farlo, per non mollarlo a noi altre si infilò a ruota dietro di lui. Poi toccò a Sergio che l’idea era stata la sua. Avevo la nausea e a stento mi reggevo in piedi. Direi che era magari Fabio a reggermi. Non certo i tacchi da dieci che mi ero infilata sotto gli short. Bianchi, bianchissimi che sulla pelle scurissima che indossavo d’estate diventavano bianchi da lasciar senza fiato. Lasciandomi illudere che fossi io a lasciare senza fiato. Io, le mie gambe grassocce, come quelle di mamma, il mio corpo tozzo e indeciso, il mio viso troppo tondo, il naso aquilino, le labbra sottili. Devo dire che mia madre e mio padre si sono premurati di non farmi mancare niente. Ognuno di loro mi ha messo dentro il peggio di sé. E dentro gli occhi il peso dei loro sogni naufragati nel veleno della vita di ogni giorno. Avrei fatto meglio ad andarmene a casa, a buttarmi su un letto e dormire, che per una volta avrei sicuro dormito, la mia faccia scomoda sarebbe affondata nel cuscino e quello stesso cuscino avrebbe anche soffocato l’incendio. Ma quando mi riducevo così l’ultimo posto dove potevo tornare era a casa. A disturbare il silenzio perfetto delle facce perfette della famiglia perfetta nella vacanza perfetta. Così mi decisi a scavalcare anche io. Ma avevo bevuto. E mi girava la testa. Ed era buio pesto. Non lo so come feci, non so cosa feci, ma scendendo strofinai lentamente lungo quel maledetto muro che sembrava volermi abbracciare e stringere a sé come ancora nessuno aveva provato a fare. Un abbraccio che mi mancava da sempre e da sempre mi faceva male. E faceva male. Persi i sensi. Credo di averli ripresi dopo poco. Non so se tra le braccia di Paola o di Sergio o di Anna. O di mio padre. So che il giorno dopo ero in uno schifo di ospedale di provincia in una stanza con non so quanti letti e quante persone intorno a quei letti, che le finestre spalancate al sole non bastavano a portarmi l’aria che sentivo di dover respirare. Avevo entrambe le gambe fasciate. E una flebo nel braccio. Mi spiegarono che c’erano dei lunghi chiodi infissi nel muro per il sostegno delle piante giovani, che al buio non avevamo notato - gli altri saltando li avevano evitati - e che mi si erano conficcati nella carne.
Erano i chiodi che mi stringevano al muro per non lasciarmi andare. Come fanno certe parole. E come certe parole mi avevano aperto delle ferite di cui resta il segno. La cosa strana è che non facevano male. Me lo avevano fatto. Tanto da perdere i sensi. Tanto da perdere così tanto sangue da restarci tre giorni in quella stanza senza aria e senza silenzio, da farmi tornare bianca come i miei short ormai da buttare. Ma adesso il dolore era solo un ricordo. E un ricordo è una cosa finita. E’ quasi bella.

Quando tornai a casa e mi guardai allo specchio fu come guardarmi per la prima volta. Ero io bianca da mozzare il fiato e i miei capelli nero corvino erano molto più neri delle mie gambe grosse. Le mie labbra sottili due strisce di sangue sul viso. Quel sangue che se ne era andato. Mi piacque quello che vidi. Mi piacque da volerlo per sempre. Come la favola di Biancaneve e Biancaneve ero io. E la cosa che mi piacque di più fu il sapere che per diventare Biancaneve la strada faceva un gran male, ma quel dolore durava pochi attimi, che diventavano presto un ricordo, e coprivano tutto il resto. La faccia scomoda. Gli incendi dentro. Il silenzio gelido del sangue che se ne va che soffoca le urla che non puoi urlare.

Sono malata e lo so. Da allora non vado più al mare, in spiaggia intendo, che non voglio che il sole possa sfiorarmi la pelle. Non mangio carne, contiene sangue. Non mangio niente che sia stato vivo, che abbia portato dentro del sangue. Il sangue da me deve solo uscire. E deve farlo facendomi male. Coprendo il dolore con altro dolore. Più intenso e violento che toglie il respiro, che spegne ogni incendio. Che dura poco e diventa presto un ricordo. Che lascia segni che posso curare. Che lascia segni che posso vedere. Solo io. Ma questo vale per tutti i dolori.

Per gli amici non c’è un granché di strano. Siamo tutti un po’ strani a quest’età, mentre cerchiamo di essere noi senza sapere chi siamo. Mentre ci difendiamo o soccombiamo a quello che ci chiedono di essere. Sono Ada la matta, che ha paura del sole, Ada la vega, Ada la emo. Di etichette ce ne sono per tutto. E per tutti. Per i miei genitori è una moda. Che mi passerà. L’importante è che ho imparato qualcosa. Bere fa male.

 http://www.lavalledeitempli.net/2011/10/29/ada-di-cinzia-craus/

sabato 5 novembre 2011

Irene si guarda le mani

E’ quasi l’alba.
Ti guardi le mani cariche di vene.
E’ già tanto,
che è l’alba.
Che sei qui ad osservarti le mani e hai vinto il sonno. Era un po’ che non succedeva, che ti lasciavi vincere. A volte nei luoghi e nei momenti più assurdi e per tempi infiniti. Che ti lasciavi vincere in quella che tu vivi ormai come l’ultima tua battaglia. Dormire. Il sonno per te è diventato l’ultimo tuo nemico o l’ultimo amico che ti è rimasto. Che un nemico quando lo vinci è l’amico che ti ha dato ragione di esistere.
L’alba e un altro giorno inutile. Ma non sono l’alba, il giorno, il tramonto, la sera, la notte che scandiscono il tempo, sono il sonno e il risveglio. Hai smesso di dormire quando hai capito che svegliarsi era inutile. Senza senso.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Anche le ore non hanno senso. Sono tutte assolutamente uguali. E vuote.
Dicono che quando fai qualcosa che ami il tempo, le ore, volano in fretta. Che il tempo, le ore passano lente quando non hai nulla da fare o quello che fai ti da noia. E’ un anno che mi guardo le mani e mi sembra di avere iniziato ieri. Non mi annoia. Non mi appassiona. Le guardo, e intanto il tempo degli altri scorre.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Non sei sempre stata così.

Non è sempre stato così.
Irene aveva un sacco di amici. Irene viveva un sacco di amici. E un’interminabile scorta  di sogni che lei preferiva chiamare progetti. “Volere è potere” si diceva ogni giorno e lo diceva a chi invece aveva paura. Era un treno senza fermate. Di quelli che ti travolgono e ti portano via, e ti cambiano qualcosa dentro, per sempre. Era stata un treno a scuola, nello sport, all’università, lo era quando lavorava. Nei suoi occhi brillava la fiamma viva della passione che divora ogni cosa. Qualunque cosa facesse. Le sue mani nervose tracciavano, sulla carta, sui muri, nell’aria, nel vento, le linee dei suoi pensieri che si facevano parole. Che suonavano forte. Potevi amarla e seguirla. O odiarla. E l’avresti seguita lo stesso.
E sapeva ascoltare Irene. Irene ascoltava ogni cosa e da ogni cosa si lasciava riempire. Ascoltare sentire vedere conoscere, mangiare bere dormire respirare.
Troppo. No non fraintendetemi non c’è mai un troppo per chi ha sete di crescere, per chi ha fame di vivere. Ma c’è un troppo per chi ascolta col cuore. E che nel cuore ha anche una testa. Perché Irene mentre ascoltava pensava. Pensava alle cose che aveva ascoltato. Pensava alle cose che aveva sentito e visto e conosciuto. Pensava alle cose che aveva vissuto.
E mentre ascoltava e pensava le ombre crescevano piano e poi forte e poi ancora più forte, da sopra la pelle, da sotto il cuscino. E tutti i colori, gli odori, i sapori, perfino i dolori diventavano uguali. Tutti suoni del mondo diventavano uno, una sola parola meschina ed ipocrita e falsa.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Non sono le ombre che mi hanno fermato. Non sono le ombre. Piuttosto la luce. Non sono le ombre che mi hanno fermato.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Lo so, lo so Irene. Non sono le ombre che ti hanno fermato e credimi non è stata neanche la luce.
Ti guardo la fiamma negli occhi. Ogni tanto si accende. Basta trovarti qualcosa da fare, qualcosa da fare  che bisogna fare, qualcosa che ti accenda il pensiero che lo faccia vibrare, volare lontano. Basta, a volte, qualcosa che ti faccia ridere. E ancora succede che ti ci voglia poco. A ridere. E il treno riparte.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Tra poco è di nuovo Natale. A casa di Irene è Natale da un anno. L’albero è un po’ impolverato, le luci, il presepe. E’ rimasto tutto lì. Come le valigie di quest’estate. Come le pagine dei calendari ferme ad un tempo lontano. Come le liste di cose da fare. Le ore vuote sono così piene da lasciare senza tempo, senza respiro. Irene si guarda le mani.

Driiiiiiiinnnnnn

Il giorno degli altri comincia.
Faccio qualcosa che si deve fare. Magari mi impegno e rido e sorrido. Magari mi seggo e mi guardo le mani. O forse mi raggomitolo stretta nel letto e mi lascio dormire. Tanto qualcosa mi verrà a svegliare. Qualcosa che non ha spazio né tempo, che non ha pensiero, che non ha bisogno. Non ha bisogno del mio pensiero. Qualcosa di vuoto si verrà a infilare nelle mie ore piene di vuoto. Che non chiede pensiero, che non chiede parole. Che non riempie le mani. Che son troppo piene. Il treno non parte con un sorriso.


giovedì 27 ottobre 2011

Livia

Ho messo dodici sassi in fila.
Dodici giorni, dodici notti, dodici parole.
Fin qui.
Ho messo dodici sassi in fila.
Sporchi di tempo, di sangue e sudore.
Sporchi di mani che cercano amore.
Non c’è.

Livia guarda fuori dal vetro ed un raggio di sole le illumina gli occhi che non hanno lacrime. E’ giorno, anche oggi, di nuovo.

Si alza dal letto e prepara il caffè. Oggi è festa. Oggi è festa per cosa e per chi? Accende distratta una sigaretta. Quella delle sei e trentacinque. Del lunedì, del martedì, del mercoledì, della domenica. Certo i ragazzi si alzeranno più tardi, oggi non deve svegliarli. Questo deve ricordarselo nei giorni di festa. E Marco, il profilo, l’ombra di Marco, girerà tutto il giorno per casa, occuperà un posto in più sul divano, sposterà qualche oggetto che lei dovrà poi con calma rimettere a posto. Non che qualcuno se ne accorgerebbe. Che è fuori posto. A casa di Livia nessuno sa dove stanno, dove vanno le cose. Per questo c’è lei. Sempre. Per tutti e per tutto c’è lei. Anche se nessuno la vede da un pezzo.

Silenziosa e invisibile perlustra le stanze adesso. Raccoglie maglie, pantaloni, calzini, mutande. Li osserva, li annusa. Pensa alla cesta che ha fatto fare del bagno. La cesta dei panni sporchi. Quella che usa solo lei da sempre. Pensa alle mille parole sprecate, dette, ripetute, urlate, implorate. No non ci pensa. Non ha neanche senso. Avvia la lavatrice e mette in ammollo le cose che ha scelto di lavare a mano. Mentre il bacile si riempie e la schiuma si gonfia tira su col naso. Sono giorni che si trascina questa maledetta influenza che non vuole passare. L’hanno avuta tutti. E’ stato un buon diversivo in fondo. Un ciclico déjà-vu, ma pur sempre un diversivo. Ed è anche durato un bel po’. Perché l’hanno presa a turno. Ha iniziato Marco. Insomma iniziato è una parola grossa. Per Livia almeno. Che sa quando l’influenza le va via, che smette di tossire, di starnutire e di tirar su col naso, ma non sa quando inizia, che niente le cambia. Marco trentasette di febbre e sei giorni a letto di lamenti disperati. E di silenzio totale che forse i ragazzi sarebbe meglio che andassero dalla nonna che fanno troppo rumore e a me scoppia la testa. E colazione e pranzo e cena e sigarette, soprattutto quelle, e televisione e giornali e riviste e telefono e diocosaltrotiserve nel letto. Senza tregua. Poi uno alla volta è toccato ai ragazzi. E lì la battaglia è stata, da cliché,  a corrente alternata. Di mattina un delirio di malanni e di invocazioni di aiuto-amore-assistenza-pietà sto troppo male anche se non ho più febbre non ce la posso fare ad andare a scuola!, di sera non ho più niente cazzomamma perché non vuoi farmi uscire!

Guarda l’orologio Livia. Neanche avesse un impegno, un appuntamento. Le sette. Se non fosse domenica dovrebbe svegliare i ragazzi e mentre litigano per il bagno preparare la colazione, controllare gli zaini, trovare i guanti, i caschi, i portafogli, i telefoni, i documenti e le chiavi del motorino. Meno male che ne hanno uno in due. Almeno documenti e chiavi si trovano in una volta sola. Massimo in due. C’è tempo per un’altra sigaretta e un secondo caffè. Un privilegio dei giorni di festa.

Stamattina l’aria è più fredda. Rientra in camera da letto e prende una vecchia giacca di lana dall’attaccapanni. Mentre Marco dorme il sonno dei giusti. Esce sul balcone nell’aria frizzante. E’ domenica, fa freddo ed ha l’influenza. Avrebbe potuto chiedere a Marco di toglierle e stenderle i panni visto che resterà a casa. E di innaffiare le piante. Le sue piante. Quelle di cui lui va tanto fiero che crescono rigogliose senza chiedere niente. A lui. A Livia si. A Livia chiedono acqua e a volte anche della terra nuova, del concime, dell’antiparassitario. Ma è solo un pensiero. Neanche. In fondo loro qualcosa le danno. Colori. Intensi e vivi. E’ quasi un peccato che stamattina fa freddo.

Ripiega i panni e li divide in tante file ordinate sopra il divano. Quella più grande è quella dei panni da stirare. La più misera è quella delle sue cose. Esce poco Livia. Per far la spesa, per qualche commissione, per le sigarette. Qualche volta accompagna i ragazzi a una festa, o li va a prendere, in piena notte. Lei, non Marco, che la mattina deve andare a lavoro o che la domenica è l’unico giorno che può riposare.

Le sette e quaranta. Tommy ha accordato il suo orologio biologico ai ritmi immutabili dei giorni di Livia con una precisione che ha del grottesco. Ha avuto poco tempo per fare il cucciolo pestifero. E’ arrivato quando i ragazzi avevano da tempo smesso di chiederlo. Marco non voleva altri impegni. Altri. Impegni. E in altrettanto poco tempo ha capito che c’era una sola persona che poteva dargli tutto quello di cui aveva bisogno. Compreso l’amore. Compreso i giochi. Perché Livia gli aveva ritagliato del tempo anche per quello. Così alle sette e quaranta precise il suo muso lucido e nero è sulle gambe di Livia che fuma la terza sigaretta affianco ai panni ripiegati. La terza oggi che è un giorno di festa. La seconda in un giorno normale, con i panni ancora da ritirare e le piante ancora da innaffiare, dopo aver salutato i ragazzi e avergli lanciato dalla finestra il cappello, la sciarpa, il diario, il quaderno per le esercitazioni, le squadrette no che si rompono risali a prenderle, vienimi incontro che si fa tardi.

Ok Tommy, acqua e croccantini mentre la mamma va in bagno a vestirsi. Oggi c’è il parco, sei un cane fortunato. Perché è domenica ed i panni sono già dentro. E le piante hanno già avuto l’acqua.

Le otto e un quarto. In un giorno normale Tommy starebbe ansimando vicino alla porta per rientrare in casa a svegliare il padrone. Illuso che sia un privilegio concesso. Non sa che è l’unica piccola amara vendetta di Livia. Che Livia concede a se stessa. Gli apre la porta della stanza da letto e lo lascia entrare davanti a lei. Tommy salta festoso sul letto su Marco incapace di provare a difendersi. Oh la paga Livia quella vendetta, la paga. Perché Marco si alza furente che insomma che cosa ci vuole a tenere un cane e che lui non ci dorme in un letto pieno di peli; e lei dovrà disfarlo e dovrà stendere le lenzuola e le coperte all’aria, mentre lui è nel bagno, e prima che vada via, che deve vederlo per esserne certo. La paga. Ma sente la sua voce. Ancora impastata di sonno. Rivolta a lei. Come nelle mattine di tanti anni fa. La sente e si chiede perché vuole ancora sentirla. Perché vuole ancora sentirla se le graffia l’anima e le brucia dentro come una manciata di sale, se sente di non avere più sangue da spendere a bagnar le ferite.

Le otto e quarantacinque. Fino alle nove per passare dal giornalaio a comprare il giornale e al distributore delle sigarette. Di domenica.

Dodici sassi. Oggi è domenica e sono dodici mesi. Dodici mesi che Andrea se ne è andato. Andrea che in un soffio le ha messo le mani sul cuore. Quel cuore che lei non sentiva di avere. Dodici sassi per dodici giorni. Di tutto e di niente e di non poter stare.

Sono le nove. Livia ha aperto la porta la porta di casa. C’è da stirare, da far da mangiare. Poi i ragazzi, poi Marco, poi i letti, le stanze, poi il pranzo, poi i piatti, poi Tommy, poi. Poi sera, poi notte, poi giorno.

Sulla mensola in bagno ci sono trucchi e smalti e profumi. E ricordi. Soprattutto. Il rossetto è secco e le brucia le labbra screpolate dal freddo. L’eyeliner. Quando aveva le lacrime l’eyeliner e Livia non andavano molto d’accordo. Quando ha smesso di averle ha smesso di usarlo. Ha l’aria stanca Livia. E truccata ce l’ha ancora di più. Specie adesso, con questo trucco pesante. Ma va bene, va bene così. Perché ha sonno Livia. Ha sonno da così tanto tempo e nessuno lo sa. Tommy. Tommy si, Tommy qualche volta l’ha vista, l’ha vista crollare d’un pezzo sul divano o su un letto o su una poltrona. Rannicchiarsi e farsi piccola, piccola come una bambina. E l’ha vista rialzarsi indolente e distratta, l’ha vista parlare da sola, ballare da sola, tenersi le mani da sola. L’ha vista di notte anche. L’ha vista di notte guardare lontano. Guardare lontano e cominciare a contare.

E’ presto, è ancora presto. Ma oggi il tempo di Livia ha un tempo diverso. Oggi segue i suoi conti. Ha aperto la porta della sua stanza e Tommy si è buttato felice sul letto, felice su Marco, con le zampe piene di fango. Non è entrata a riprenderlo.

Oggi è domenica e si mangia alle due. Ma questa volta si mangia qualcosa di pronto. E forse non proprio alle due. Lo prenderò per la strada tornando. Fa freddo e ho la febbre. E dovrei stare a letto. Ma è festa. E sono dodici mesi. Ho dodici sassi da posarmi sul cuore.


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